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lunedì 16 ottobre 2017

LA DIMENTICATA RIVOLTA DEL MEDICO CONDOTTO A FLORESTA

Una strada di Floresta in una fotografia
pubblicata dal mensile del TCI "Le Vie d'Italia"
nel dicembre del 1956
Per molti siciliani attenti alle cose della loro Isola, Floresta è soltanto il comune più alto della regione.
Per arrivarci - su un crinale dei monti Nebrodi - bisogna salire sino a 1275 metri: un'ubicazione che per lungo tempo ha limitato la frequentazione del paese, preservandone l'identità dell'edilizia e delle poche centinaia di abitanti. 
Qui la Sicilia offre il suo clima più continentale, con temperature invernali che scendono spesso sotto lo zero: ed allora Floresta viene ricordata nelle cronache regionali dei "disagi del maltempo".
L'isolamento di questo piccolo comune del messinese ha fatto così in modo che Floresta sia stata raramente raccontata dai viaggiatori dell'Isola.
Uno dei pochi articoli dedicati alla sua storia si deve al giornalista e ricercatore catanese Salvo Nibali; lo si può leggere nel volume "Alcune Sicilie" ( Tringale Editore, 1990 ), che raccolse numerosi reportage realizzati in luoghi e fra personaggi della vita siciliana fra il 1983 ed il 1989
In quel racconto, Nibali spiegava la difficoltà di rintracciare documenti sulle origini di Floresta, legate alla storia della famiglia d'Alcontres.
  
"A Floresta tutto è uguale da sempre - scrive Salvo Nibali - le case e le persone hanno la medesima faccia di sempre: solida e antica, giallastra e rocciosa.
Scorre un sangue antichissimo nei volti della gente, preservatisi per lunghi secoli di isolamento.
E' sempre stato il paese che in inverno resta isolato per la neve, il paese più alto dell'isola.
E non ha mai avuto 'giustizia'.
Chi ne ha parlato ha pensato solo alla dolce Inghilterra dei suoi prati verdi d'estate, ai suoi boschi e ai suoi laghetti; o al manto nevoso che la ricopre d'inverno o ai ristoranti dei suoi dintorni.
Invece, Floresta è anche storia e difficile presente fatto di emigrazione e duro lavoro; è silenzio e pace e improvvisa estiva animazione; la semplice ricca ospitalità dei suoi abitanti.
Un medioevo senza castelli o palazzi baronali, il regno della vita lenta ed essenziale, dove si può ancora vivere e non dimenticare..."

Nel suo reportage, Nibali cita inoltre il dato secondo cui "nel 1893 il paese fu teatro di una feroce rivolta contro l'imposizione di nuove tasse".
La notizia trova riscontro grazie alla ricerca tra le pagine ingiallite dei quotidiani del tempo, aggiungendo spunti di curiosità e di studio sulle poco note vicende di Floresta.



La "feroce rivolta" ebbe in effetti luogo nell'ottobre di 124 anni fa, quando venne istituita una tassa comunale per mantenere in vita il servizio di un medico condotto.
Gli abitanti di Floresta - già afflitti da difficili condizioni economiche - misero mano a bastoni, roncole ed altri attrezzi agricoli, circondando il Municipio.
Sindaco ed assessori fuggirono; i dimostranti allora elessero per acclamazione un nuovo rappresentante comunale, mentre i due carabinieri che avevano di sedare la rivolta furono disarmati e fatti prigionieri.
Come accaduto per ogni moto siciliano, la sollevazione durò poco: il tempo necessario perché fanti e gendarmi partiti da Patti e Messina raggiungessero il paese, ristabilendo l'ordine e l'imposizione ai florestani dell'impopolare tassa.

giovedì 12 ottobre 2017

LE DEVOTE RAFFIGURAZIONI MAZARESI IN ONORE DI SAN VITO

Un'espressione del culto di Mazara del Vallo
per San Vito, patrono della cittadina trapanese.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
Invocato come santo protettore dei marinai, protagonista di un Festino che, durante l'ultima settimana di agosto, coinvolge la cittadina non meno di quanto accada a Palermo per il Festino di Santa Rosalia, San Vito gode a Mazara del Vallo di un culto che accompagna la vita quotidiana dei mazaresi.
Basta così fare una passeggiata fra le viuzze e le piazze del centro storico, per imbattersi in saracinesche o pareti decorate da raffigurazioni o invocazioni dedicate al santo che secondo la tradizione nacque a Mazara del Vallo al tempo dell'imperatore Diocleziano.
San Vito - rappresentato in abiti di età romana - si sarebbe convertito grazie alla dottrina del pedagogo Modesto e della nutrice Costanza e sarebbe diventato quindi un martire del cristianesimo.



Il rapporto che lega Mazara al suo santo - ha scritto Antonino Cusumano ( "San Vito e il mare nel festino di Mazara", in "Santi a mare, ritualità e devozione nelle comunità costiere siciliane", Regione Siciliana, 2009 )

"è per molti versi metafora del più complesso e imprescindibile rapporto della città con il mare...
Il rapporto della città col suo patrono protettore è rimarcato da innumerevoli segni territoriali, da statue e da immagini collocate all'aperto, nelle chiese e nelle edicole votive, nonché da reliquie del suo corpo conservate in teche d'argento..."

  

domenica 8 ottobre 2017

UNO STORICO SCHERNO DEI TONNAROTI DI MILAZZO


Ancore di tonnara sulla costa di Milazzo.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono di Alfredo Camisa e vennero pubblicate nel 1961
dal saggio "Lo Stretto di Messina e le isole Eolie",
edito dall'Automobil Club d'Italia

Il mare siciliano è un crocevia di miti, leggende, racconti della tradizione orale e rappresentazioni legate alle attività della pesca.
Il dato riguarda soprattutto la provincia di Messina, bagnata dalle acque dello Stretto e scenario non a caso dell'epopea letteraria costellata da mostri e sirene dell'"Horcynus Orca" di D'Arrigo.
A conferma di questa propensione, a Messina sono ancora vive molte leggende marinare e la città vanta il monumento che rappresenta Poseidone impegnato a placare la forza di Scilla e Cariddi.
Nel 1961, l'antropologo Aurelio Rigoli ricordò così una rappresentazione di scherno fino a qualche anno prima organizzata dai "tonnaroti" di Milazzo nei confronti dei pescatori di pescespada costretti ad inseguire la preda nell'area dello Stretto:
 
"Tonnaroti famosi sono quelli di Milazzo, noti per la loro abilità.
Se non avvistano nel periodo della pesca i tonni, sogliono calare in mare l'effige di San Francesco di Paola o di Sant'Antonio da Padova.
Fino a qualche anno fa i tonnaroti di Milazzo, per scopi campanilistici, rappresentavano il giorno di San Giacomo una farsa che metteva in burla i pescatori del pescespada, temibili concorrenti e sul mare e sul mercato.


Veduta di Milazzo.
Autore ed opera citati
Sul cornicione di una chiesa, che sorge vicino al mare, saliva un marinaio; un altro, in abito da pagliaccio, prendeva posto in una barca assai piccola; altri cinque o sei in un'altra barca.
Il pagliaccio faceva la parte del pescespada: l'uomo sul cornicione gridava:



'Va susu! Va iusu!' ( 'Il pescespada va sopra, verso capo Faro! 'Ora va giù, verso Messina!' )



Quando la barca con gli uomini che facevano la parte della ciurma era vicina, un calcio ben assestato faceva capovolgere la barchetta con il pagliaccio.
E la festa aveva fine con fragorose risate da parte del pubblico..."

giovedì 5 ottobre 2017

LA DISATTESA SCELTA DEI SICILIANI CONTRO LA MAFIA

Fregio architettonico ad Isnello.
Fotografia ReportageSicilia
"Senza una profonda rivoluzione democratica, senza un capovolgimento radicale che muova dagli strati fino ad oggi rimasti nell'Isola in posizione subalterna, la presunta scomparsa della mafia si rivelerebbe nulla di più che la contemporanea o successiva apparizione di una mafia giovane e nuova.
Eppure non c'è scelta: le province mafiose della Sicilia diverranno italiane ed europee nella misura in cui verranno scoprendo i valori e gli strumenti di una vita associata che non si fonda sulla parrocchia e sul gruppo e neppure sul prestigio e sull'audacia ma sulla legge e sul diritto, impersonalmente rappresentato dalle pubbliche magistrature.
Perché, è bene dirlo chiaramente, soprattutto ai siciliani, fin tanto che la mafia non sarà debellata, fin tanto che il senso e il costume giuridico non saranno maturati a tutti i livelli della vita pubblica e privata, il progresso economico e sociale rimarrà intralciato e rallentato e potrà anche essere deviato e sfruttato a fini di speculazione monopolistica, invece che utilizzato a fini di benessere della comunità"
DOMENICO NOVACCO, "INCHIESTA SULLA MAFIA", FELTRINELLI, 1963

L'IGNARA PASSEGGIATA DEI PALERMITANI SULLE ROVINE DELLA GUERRA

Il mare del Foro Italico colmato
dai detriti edilizi dei bombardamenti alleati a Palermo.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia
è tratta dl "Bollettino dell'Ordine degli Ingegneri
della Provincia di Palermo" del settembre-dicembre del 1952
"All'indomani della guerra, il paesaggio urbano di Palermo si presentò completamente devastato e intasato dalle macerie degli edifici colpiti ( il 42 per cento della città distrutta ).
Il governo Alleato, approfittando del nuovo piano regolatore della città, decise di riversare tutte le macerie nel tratto di mare di fronte al Foro Italico.
La superficie del mare oggi ricoperta da terra e manto erboso ha un'area di oltre 40.000 metri quadrati, la cittadinanza palermitana odierna porta lì le proprie famiglie per un pò di svago domenicale in mezzo al verde; ciononostante non tutti i palermitani sanno che oggi i loro bambini giocano su quello che rimane di fisico della distruzione causata dai bombardamenti aerei del 1940-1943"


Con questi dati e con queste considerazioni, i ricercatori Samuel Romeo e Wilfried Rothier concludono la loro recente ricostruzione dei bombardamenti che devastarono Palermo durante la seconda guerra mondiale ( "Bombardamenti su Palermo, un racconto per immagini", Istituto Poligrafico Europeo, 2017 ). 
Gli stessi autori dell'accurato saggio sottolineano che non esistono dati univoci sui danni provocati dalle bombe alleate e tedesche nel capoluogo dell'Isola: una circostanza favorita dal clima di incertezza e dalle difficoltà logistiche  che accompagnarono il censimento degli immobili civili ed industriali danneggiati o devastati dagli ordigni. 
Le informazioni riproposte da ReportageSicilia provengono da un "Bollettino dell'Ordine degli Ingegneri della provincia di Palermo" datato settembre-dicembre del 1952.
La pubblicazione inserisce i suoi dati all'interno di un lungo articolo dedicato alla Relazione al Piano di Ricostruzione compilata nel 1946 dall'Ufficio dei Lavori Pubblici del Comune di Palermo.
Nel documento si legge:

"Durante tutto il periodo della guerra furono lanciate sulla città circa diecimila bombe, di cui ottomila esplose.
L'azione aerea assunse la sua maggiore intensità nel periodo gennaio-luglio 1943, nel quale periodo furono sganciate circa settemila bombe, di cui seimila esplose.



Nella sola incursione aerea del 9 maggio 1943 furono sganciate circa quattromila bombe, di cui tremilacinquecento esplose.
Il bersaglio preso maggiormente di mira fu il porto, gli altri rioni della città, benché non siano stati danneggiati nella stessa misura, tuttavia hanno subito danni assai notevoli.
Nei quartieri ad est dell'asse Via Libertà, Via Oreto, cioè quelli più prossimo al porto, scoppiarono circa 5.800 bombe, mentre nei quartieri ad Ovest di quell'asse ne scoppiarono circa 2.200.
Dalle più attendibili statistiche fatte dagli Uffici pubblici competenti, è risultato che su 260.000 vani abitati prima della guerra, più della metà sono andati distrutti o gravemente dannegiati.
Oltre ai danni subiti dalle abitazioni private, la città ha avuto distrutti o gravemente danneggiati 188 edifici pubblici, 46 stabilimenti industriali e tutti gli impianti portuali..."

Nella sua copertina, il "Bollettino" pubblicò la fotografia ora riproposta da ReportageSicilia dell'area del Foro Italico colmata dai detriti provenienti dagli edifici distrutti dalle bombe, o demoliti perché giudicati pericolanti.
L'iniziativa di bonifica fu affidata dal governo militare alleato  a carrettieri ed altri trasportatori privati: non mancarono abusi, speculazioni e violenti contrasti fra personaggi che in qualche caso  sarebbero poi finiti al centro delle cronache di mafia cittadina.
Per incrementare i compensi, sembra che il loro piccone demolitore abbia fatto piazza pulita anche di edifici poco o per nulla danneggiati: un primo esempio di speculazione edilizia, anticipatore del successivo "sacco edilizio" cittadino.



La decisione di sversare in mare le macerie della guerra - alterando per sempre il paesaggio costiero palermitano, dal Foro Italico a Sant'Erasmo ed oltre - è da più studiosi attribuita al generale George Patton, al tenente colonnello Charles Poletti ed al sindaco Lucio Tasca Bordonaro.
Così ha scritto Sandro Attanasio in "Gli anni della rabbia, Sicilia 1943-1947" ( Mursia, 1984 ):

"Il primo ordine dato da Patton a Palermo fu quello di riparare i danni.
I prigionieri di guerra ebbero il compito di ripulire e di metter ordine, cosa che secondo Patton 'non doveva essere stata fatta dai tempi dell'occupazione greca'.
Fu in quella occasione che Charles Poletti ordinò che le macerie venissero scaricate a mare, sulla riva del Foro Italico, dalla Cala a Sant'Erasmo.
Aggiunse così Poletti che così 'Palermo avrebbe avuto un bel giardino a mare'"

La discarica del Foro Italico sarebbe in seguito diventata uno spiazzo abbandonato, occupato stabilmente da giostrai e nomadi.
Solo nel 2000, la vasta area sarebbe stata recuperata con la creazione di quel giardino beffardamente ipotizzato da Poletti
Nel frattempo, 74 anni dopo il 1943, Palermo non ha ancora del tutto cancellato dal tessuto urbano le rovine dei suoi devastanti bombardamenti.


      

  

mercoledì 4 ottobre 2017

RIPOSO FRA I PANNI AL SOLE ED AL VENTO DEL MARE

Fotografia senza attribuzione
pubblicata nel marzo del 1958
dal numero 20 della rivista "Sicilia"
Una giornata di sole e di vento salmastroso, nella Sicilia della metà degli anni Cinquanta.
In una borgata marinara - forse lungo la costa tirrenica o ionica, forse in una delle Eolie - un'anziana donna vestita di nero ha terminato la fatica di sciorinare lenzuola, camicie e canottiere ancora fresche di bucato.
Il fotografo - accreditato soltanto dalla generica indicazione "foto assessorato regionale al Turismo" - ha colto il momento in cui la donna, seduta su uno dei gradini di casa, sembra concedersi un momento di riposo e di meditazione.
Ai suoi piedi, ha appoggiato una capiente bagnina in ferro, necessaria a trasportare la biancheria di una famiglia numerosa: marito, figli e nipoti - forse pescatori, forse contadini - o forse l'uno e l'altro insieme, secondo quella necessità di adattamento ad entrambi i ruoli che ha segnato la vita di tanti siciliani.   

lunedì 2 ottobre 2017

IL SILENZIOSO ABBANDONO DELLA MASSERIA AQUILEIA

Fra Isnello e Castelbuono, l'intatta suggestione di un complesso rurale madonìta un tempo utilizzato per la lavorazione e la produzione di olio di oliva


Fotografie ReportageSicilia
La sua massiccia struttura si scopre a metà strada fra Isnello e Castelbuono, lungo la strada provinciale 9 delle Madonìe.
La masseria Aquileia fa silenziosa e secolare mostra di sé su un pianoro collinare sul versante nord-orientale del pizzo Carbonara.
L'edificio - al pari della maggior parte delle altre masserie costruite nelle campagne siciliane - non ha una data certa di fondazione; è certo però che il suo abbandono risale ad almeno mezzo secolo fa, quando il complesso rurale cambiò proprietario.
Articolato in tre diversi corpi di fabbrica - tutti in discrete condizioni edilizie e per un totale di 526 mq coperti - la sua storia potrebbe avere avuto inizio nel secolo XVII.


Nei decenni che seguirono, l'attività della masseria Aquileia si incentrò principalmente sulle attività di raccolta e lavorazione delle olive; all'interno di uno dei caseggiati è infatti presente un frantoio, mentre nel terreno circostante si trovano una "gebbia" ed un pozzo.
I corpi di fabbrica comprendono gli ambienti di servizio necessari a portare avanti le attività olivicole: quelli residenziali destinati ai proprietari, gli alloggi dei "massari" e dei "campieri", il magazzino per il duro riposo sulla paglia dei braccianti: uomini e donne provenienti dai territori di Isnello e di altri borghi vicini del tempo.



In questa masseria madonìta non esiste alcuna traccia di una cappella o di una chiesetta: luoghi di culto invece spesso presenti in masserie con funzioni residenziali ed agricole più complesse.
Nel recente passato la costruzione è stata al centro di un progetto di recupero, destinato a trasformarla in un'azienda agricola: l'iter per la sua realizzazione è al momento fermo, in attesa anche di un nuovo cambio di proprietà dello storico edificio.
Protetta da una lunga recinzione di filo spinato, la masseria non è attualmente visitabile.
Le fotografie di ReportageSicilia - realizzate dalla strada provinciale - non sminuiscono tuttavia la suggestione di questo antico complesso rurale, inserito in uno scenario naturale fra i più integri delle intere Madonìe.

   


sabato 30 settembre 2017

L'EDICOLA VOTIVA PALERMITANA DI PIAZZA ARAGONA

L'edicola votiva ottocentesca
al primo piano di una palazzina
nel centro storico di Palermo.
La fotografia è di ReportageSicilia
In tanti hanno provato a contarle, battendo metro per metro strade, vicoli e piazzette del centro storico palermitano: dovrebbero essere circa cinquecento, secondo un censimento che sfida l'occhio e la pazienza di studiosi ed appassionati della materia.
Le edicole sacre - esempio di devozione e di arte popolare cittadina - si nascondono spesso negli angoli nascosti di palazzi e edifici: rappresentano soprattutto la MadonnaSan GiuseppeSanta Rosalia o l'Ecce Homo, omaggiati da lumini e fiori spesso sistemati in mezze bottiglie e contenitori di plastica. 
A volte, le edicole mostrano i segni del vandalismo o dei secolari adattamenti dello scenario urbano, diventando così quasi del tutto illeggibili. 
Meglio resistono invece quelle allestite lungo strade e muri agricoli nelle  borgate periferiche di Palermo, meno censite e studiate rispetto a quanto accaduto nel centro storico.
L'edicola fotografata da ReportageSicilia si trova al primo piano di una palazzina storica in piazza Aragona, a due passi da piazza Croce dei Vespri.




Allestita su un balcone e parzialmente nascosta alla vista dalla biancheria stesa al sole, sembra raffigurare una Madonna eseguita secondo i tradizionali canoni stilistici di metà Ottocento.
Per ammirare quest'edicola - nata probabilmente per volontà dell'originario proprietario dell'edificio - occorre alzare lo sguardo oltre il piano stradale, a conferma di un'osservazione fatta dalla ricercatrice Sara Lo Faro:


"Sorgono ovunque, a cielo aperto, - si legge in "Iconae Calatine" ( Silvio Di Pasquale Editore, 2004 ) - in un gioco cabalistico che fa coincidere l'ubiquità topografica con l'ubiquità di Dio..."

lunedì 25 settembre 2017

UNA VEZZOSA ESCURSIONE FRA I TUMULTI DI STROMBOLI

In osservazione sulle pendici vulcaniche di Stromboli.
La fotografia venne pubblicata nel luglio del 1966
dalla rivista dell'ENIT "L'Italia"

"Anche nelle rare fasi di tranquillità, fermandosi un'ora, si può d'ordinario avere almeno lo spettacolo di soffiate di sabbia e lapilli che fanno grande impressione.
Ma normalmente, le esplosioni sono molto frequenti ( parecchie all'ora e non di rado parecchie al minuto ), caratterizzate dal lancio di abbondante materiale incandescente.
In tal caso conviene attendere il calare della notte.
Allora è veramente meraviglioso, indimenticabile, lo spettacolo della lava luminosa entro le diverse bocche eruttive, che si agita, ribolle, si gonfia, si lacera violentemente per la tensione dei gas, e esplode con cupi boati lanciando in alto miriadi di frammenti lavici incandescenti, di scorie infocate, di bombe roteanti, che ricadono sulla Sciara del Fuoco frantumandosi in mille schegge e precipitano, saltellando, inseguendosi, lacerandosi, sempre rosseggianti al mare tra tonfi ed alte colonne d'acqua..."

Per nulla impressionate da questa tumultuosa descrizione della Guida Rossa della Sicilia edita dal TCI nel 1953, le escursioniste salite sul cratere di Stromboli non rinunciarono al vezzo di due larghi cappelli in paglia: una protezione certo non appropriata ai potenziali rischi dell'escursione, ma capace di garantire eleganza durante il tour dell'isola.    


domenica 24 settembre 2017

LA LOTTERIA PERDENTE DELLA RIFORMA AGRARIA IN SICILIA

Un lotto di terreno agricolo appena
assegnato ad un contadino nell'Isola d'inizi anni Cinquanta.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dall'archivio dell'Ente Riforma Agraria Sicilia
"Il governo regionale, consapevole delle gravi difficoltà in cui si dibatteva l'agricoltura, nel 1950 predispose una riforma agraria, dove tutte le più lodevoli intenzioni trovarono posto, e quindi, se applicata con la dovuta oculatezza, avrebbe certo dato migliore risultato.
Infatti, noi crediamo che gli scopi demagogici e politici, in molti casi, sono prevalsi sui criteri tecnici, snaturando le finalità che la legge si proponeva.
Ma il suo parziale insuccesso non può essere attribuito solo a questo.
Secondo noi la riforma mancava di alcuni presupposti necessari ad assicurare il buon esito sperato.
Non basta dare un pezzo di terra e alcune migliaia di lire per risolvere il problema; con questo metodo, non si fa che aggravare la crisi.
Noi pensiamo che il procedimento doveva essere un altro.



Il terreno scorporato andava lasciato in gestione provvisoria al proprietario, fino a quando venivano compiute le opere strutturali indispensabili a renderlo adeguatamente produttivo.
Occorreva analizzarlo, studiarne le caratteristiche in rapporto alla coltivazione, e poi cederlo ad autentici contadini che, opportunamente sovvenzionati, fossero stati in grado di coltivarlo a regola d'arte secondo un rigoroso disciplinare in cui dovevano essere specificate almeno per un congruo periodo le colture e i lavori da eseguire sotto la continua sorveglianza fiscale degli Ispettorati agrari del lavoro..."

Il sostanziale fallimento della riforma agraria in Sicilia - stabilita per legge il 27 dicembre del 1950 - venne così riassunto nel luglio del 1960 da un numero speciale "La Sicilia, quindici anni di autonomia regionale" della rivista "Parlamento e Produttività", edita a Roma e diretta da Ernesto Vino Borghese.


L'assegnazione per sorteggio dei lotti di terreno
in una piazza della provincia siciliana 
La riforma era stata alimentata, dieci anni prima, dalle forti aspettative generate dalle lotte contadine nei difficili anni del secondo dopoguerra.
Alle rivendicazioni di natura sociale - appoggiate dal PCI - si erano affiancate le aspettative di natura imprenditoriale della DC, interessata a promuovere la costruzione di infrastrutture ( opere idriche, di viabilità e di edilizia rurale ). 
La riforma agraria godeva insomma di un esteso consenso politico ed avrebbe dovuto avere ricadute fondamentali per il futuro dell'Isola, considerato che nel 1951 - un anno dopo il suo varo - in Sicilia le attività agricole impegnavano 760.000 persone ( il 51,3 per cento della forza lavoro ).
All'epoca, secondo quanto ricordato da Matteo G.Tocco ( "Libro nero di Sicilia", Sugar Editore, 1972 ), 

"i terreni incolti produttivi si estendevano per 45.000 ettari; i pascoli permanenti per 285.000 ettari ed i terreni tipici del latifondo, in parte destinati alla produzione di cereali, per 880.000 ettari; su 2.400.000 ettari, oltre la metà delle terre era direttamente o indirettamente caratterizzata da strutture latifondistiche"


Applausi, ilarità ed amarezza dei contadini
durante la lotteria delle assegnazioni 
Lo spirito della riforma intendeva promuovere le bonifiche, espropriare i terreni ed affidarli a coltivatori diretti o a cooperative.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte dall'archivio dell'ERAS, l'Ente Riforma Agraria Siciliana costituito nel 1950 sulle ceneri dell'Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, nato a sua volta dieci anni prima con la denominazione Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia e riorganizzato nel 1946.
L'Ente - cui era affidato il compito di attuare la riforma - ottenne dallo Stato un contributo iniziale pari a 120 miliardi di lire ( un milione per ettaro )  in rapporto alla superfice dell'Isola destinata allo scorporo: ma fece poco e male, a partire dall'abnorme incremento delle assunzioni. 
I 200 dipendenti dei primi giorni diventarono quasi tremila, dando vita ad uno dei tanti "carrozzoni" regionali.
Da un punto di vista tecnico, si attuarono iniziative di irrigazione, ricerche idriche, meccanizzazione agricola e la costruzione di strade poderali, case coloniche e borghi agricoli.



Gli sforzi - giustificati anche dall'entità dei finanziamenti - insomma non mancarono; tuttavia, fu l'azione complessiva della riforma a comprometterne il successo.
Le immagini testimoniano ad esempio le assai poco tecniche fasi di assegnazione dei terreni ai contadini, secondo un criterio affidato al caso ed alla mano di bambini bendati: un sorteggio sulle pubbliche piazze, alla stregua di una fiera paesana.
La logica di affidamento dei lotti non fu l'unica anomalia di questa riforma zoppa.
Mancò infatti un ripensamento complessivo sul modo di promuovere l'agricoltura.
L'impiego dei mezzi meccanici e dei concimi rimase limitato, né si adottò una promozione dei più moderni criteri di piantagione.
Gran parte degli assegnatari decise di dedicarsi alla coltivazione degli agrumi, anche laddove le caratteristiche dei terreno avrebbero dovuto consigliare altre colture.


Contadini intorno ad un abbeveratoio
costruito dall'ERAS
A ridurre i benefici della riforma agraria contribuì pure il peso dell'imposizione tributaria, che per la Sicilia fu la più alta rispetto alle altre regioni a statuto speciale.
Infine, un ruolo negativo venne anche all'epoca rivestito dalla lentezza della burocrazia regionale:

"Con la legge 28 ottobre 1959 numero 28 - ricordava ancora la rivista "Parlamento e Produttività" - in considerazione delle pessime condizioni in cui versavano gli agricoltori, si provvide alla rateizzazione del credito agrario concedendo un contributo del 4 per cento sui relativi interessi.
La prima rata è scaduta da otto mesi, gli agricoltori l'hanno pagata compresi gli interessi, ma attendono ancora il contributo"

Nella sola provincia di Caltanissetta la riforma agraria assegnò a circa 3.000 contadini quattro ettari di terra, senza alcun tentativo di organizzarne il lavoro o fornire loro assistenza tecnica: oltre mille lotti vennero abbandonati pochi anni dopo l'affidamento.
Un capitolo a parte nella fallimentare gestione della riforma merita la storia della costruzione dei borghi rurali da parte dell'ERAS.
Provvisti malamente di luce ed acqua, progettati a distanze eccessive dalle terre assegnate ai contadini, Borgo Manganaro, Francavilla, Schirò, Fazio, Garistoppa e molti altri furono abbandonati e destinati al degrado strutturale: la storia di questi borghi fu allora oggetto di inchieste giornalistiche che li definirono "i villaggi fantasma della Sicilia".
Oggi l'insuccesso della riforma agraria del 1950 pesa ancora su certi criteri di conduzione dell'agricoltura nell'Isola; e così ne ha riassunto i limiti Francesco Renda:

"In realtà - si legge in "Storia della Sicilia" ( Sellerio, 2003 ) la gestione cooperativa di tutta quella terra rappresentò un'impresa economica e sociale di gran momento, che però le forze politiche e il governo non mostrarono di percepire.
Per reggere quell'impresa sarebbero stati necessari grandi mezzi finanziari, macchine, trattori, strumenti di lavoro adeguati; e più ancora tecnici ed economisti agrari, ragionieri, personale specializzato, che aiutassero i presidenti e i consigli di amministrazione delle cooperative a gestire meglio le loro imprese.
Il governo e le forze politiche, lasciarono, invece, che le cooperative agissero da sole.


Un corso di pollicoltura a Castellana Sicula
E, in effetti, assistite dalle loro associazioni, alcune decine di cooperative elaborarono piani di trasformazione agraria e ne ottennero anche l'approvazione dagli ispettorati agrari provinciali.
Ma, benché pregevoli, furono episodi isolati, che non rientrarono in un progetto generale, e che furono osteggiati dai proprietari con una guerra implacabile di carta bollata davanti ai tribunali.
La concessione delle terre incolte rimase, pertanto, provvedimento transitorio di emergenza, in attesa che la riforma agraria facesse il seguito..."

sabato 16 settembre 2017

IL "C'E' COSA?" PALERMITANO DEL NULLA

Fregio architettonico ad Erice.
Fotografia di ReportageSicilia
"A Palermo esiste un'espressione dialettale ricorrente nei duelli verbali:
'c'è cosa?'
Non è una domanda da poco, perché rivela una sorta di sgomento davanti al dubbio che qualcosa, sia pure al di là del bene o del male, ci sia davvero e si nasconda da qualche parte.
Per la Sicilia, l'idea del mondo più rassicurante è la tabula rasa, concetto che ha ispirato, per esempio, le stragi di mafia.
Questo rassicurante niente, da creare con costante impegno, ha poi trovato il suo correlativo più convincente in politica, dove davvero non c'è cosa...
... Quanti ne sono venuti, e quanti ne vengono, convinti che qui sia tutto diverso.
Quanti perdono la testa dietro la presunta diversità della Sicilia.
E noi cosa offriamo?
Due facce e una stessa medaglia.
Offriamo mafia e antimafia, amaru e duci ( amaro e dolce ), sangu e latti ( sangue e latte ).
Ma dietro tutto questo affanno 'c'è cosa?'"

FRANCESCO TERRACINA,
introduzione da "Opera Incerta" di SILVIO GOVERNALI, DORAMARKUS, 2006

RICORDI EOLIANI PRIMA DELLA PIENA DEL TURISMO

In navigazione verso le Eolie.
Le fotografie del post sono attribuite
all'assessorato regionale al Turismo
della Regione Siciliana
e vennero pubblicate nel settembre 1963
dalla rivista "Sicilia"
"Le coste sono molto alte e scoscese e il terreno è molto accidentato; il clima è salubre e molto dolce, sia i freddi invernali che i calori estivi sono abbastanza mitigati per l'influenza del mare.
I centri abitati sono piccoli in vicinanza di approdi, numerosissime le case sparse; i luoghi più elevati sono disabitati, sia per le difficili comunicazioni interne che per la scarsa produttività del suolo.
Prodotto minerale importantissimo è la pomice.
Prodotti agricoli esportati sono i vini ( specie la Malvasia e l'Uva Passa ).
Le isole sono collegate fra loro da vari servizi settimanali e bisettimanali di velieri o vaporetti..."

Queste sommarie indicazioni sull'aspetto e sui trasporti da e verso le isole Eolie si leggono in una "Guidagenda di Messina" edita nel 1952 dall'Ente Provinciale per il Turismo.
In quel periodo le Eolie stavano vivendo il loro primo boom turistico, legato al clamore di stampa suscitato dalle produzioni cinematografiche di "Stromboli" ( Terra di Dio ) e di "Vulcano".
Le interpretazioni "rivali" di Ingrid Bergman ed Anna Magnani richiamarono nell'arcipelago messinese frotte di cronisti e fotografi, rompendo il quasi totale isolamento di luoghi fino ad allora consegnati ai cultori della geofisica e della mitologia.




Le dure condizioni di vita nelle Eolie tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi del successivo decennio sono state così descritte da Francesco Alliata, uno dei primi esploratori sottomarini dell'arcipelago e produttore cinematografico di "Vulcano"

"Nel 1946 - si legge in "Il Mediterraneo era il mio regno" ( Neri Pozza, 2015 )  nelle Eolie non esistevano alberghi, n'é c'era turismo: abitavamo nelle case abitate dagli emigranti.
In quelle case si rifugiavano anche l'archeologo Luigi Bernabò Brea e un suo giovane allievo siracusano, il conte Piero Gargallo.
Erano alla ricerca delle tracce delle civiltà preistoriche locali e ne avrebbero trovate in abbondanza, oggi raccolte nel museo di Lipari, intitolato appunto al professore Bernabò Brea...
Non esisteva in quelle isole acqua ragionevolmente fresca: nessuna sorgente, soltanto pozzi scavati nella nera rovente roccia e nella rena vulcanica, e cisterne in muratura sotto le case, colme di acqua piovana raccolta d'inverno ed esposte d'estate al sole cocente.
Niente elettricità, quindi neanche l'ombra di ghiaccio artificiale se non a Milazzo, raggiungibile solo una volta al dì e con almeno quattro ore di viaggio..."   

venerdì 8 settembre 2017

IL RACCOGLITORE DI LIMONI DI SALVATORE PROVINO




L'INCANTEVOLE MARETTIMO DI FOLCO QUILICI

L'isola di Marettimo, nelle Egadi.
La fotografia è di ReportageSicilia
Dal punto di osservazione del forte di Santa Caterina, a Favignana, Marettimo appare integralmente dall'alto, solitaria ed orgogliosamente aspra e scoscesa sul mare.
L'isola - la più lontana da Trapani - si staccò dalla Sicilia prima delle altre due Egadi, restando isolata e inaccessibile per gli uomini e gli animali del Paleolitico poi raffigurati nelle grotte di Levanzo.
Così, oggi Marettimo continua ad essere un'isola schiva e frequentata da veri appassionati del mare e delle escursioni sui sentieri delle sue altissime muraglie rocciose.
Nel 1974, Fulco Pratesi ( "Guida alla natura della Sicilia", Arnoldo Mondadori Editore ) definì questo lembo più occidentale di Sicilia "il vero gioiello dell'arcipelago" delle Egadi.
A distanza di 43 anni - fatto purtroppo eccezionale in una regione che nel frattempo ha offeso molti dei suoi beni ambientali - quel giudizio appare ancora attuale.
Non è un caso dunque che in tempi più recenti, un profondo conoscitore delle bellezze marine come Folco Quilici abbia definito come "incantevole" il fondale di Marettimo, raccontando così l'esplorazione dei cannoni di un relitto "in un'insenatura tra le più belle del nostro mare":

"Li ha individuati un paziente indagatore dei fondali della sua isola, Vito Torrente; e li ha poi studiati un gruppo di Archeosub guidati dal professor Sebastiano Tusa.
Insieme a Vito - si legge in "Il mio Mediterraneo" ( Mondadori, 2004 ) -  ho fotografato quel reperto, durante le immersioni del luglio 2002.
Con lui ho visto nove cannoni riconducibili al Settecento, ogni bocca di fuoco tanto diversa dall'altra da suggerire la loro appartenenza a una nave pirata.
Solo un simile vascello poteva, infatti, imbarcare cannoni tanto dissimili l'uno dall'altro per misura e per modello.
Evidentemente perché frutto di razzie ed abbordaggi ad altre imbarcazioni..."

  



giovedì 7 settembre 2017

L'INTRECCIO MAFIA E POLITICA NELLA PALERMO DIVENTATA "PALM CITY"

Storia dimenticata di un libello satirico della Federazione Comunista di Palermo che nel 1964 fece nomi e cognomi  dei protagonisti del sacco edilizio cittadino


Il libello edito dalla Federazione Comunista di Palermo
alla vigilia delle elezioni amministrative del 1964.
Il finto "giallo" della Mondadori ambientava a "Palm City"
le attività affaristico-mafiose portate avanti
da leader della DC, imprenditori e boss locali
"Accidenti che giornata, ragazzi!
Sembrava che tutto fosse calmo, che non dovesse succedere niente in questa dannata città in cui i gangsters portano il colletto duro, vanno alle processioni con la candela in mano e invece di stare in galera amministrano la città!
L'orologio della torre di Palm City, una grossa città nel Sud dell'Unione, batteva sonnolento quattro tocchi..."

Con questo attacco che fece il verso ad un giallista americano di serie B, nell'autunno del 1964 circolarono a Palermo poche centinaia di copie di un libello la cui copertina copiava fedelmente la veste grafica dei "Gialli Mondadori".
La pubblicazione fu diffusa dalla Federazione Comunista cittadina, che titolò le ventidue pagine "La banda di Palm City"; e benché Palm City sia una vera cittadina della Florida, trama e personaggi della storia alludevano chiaramente alle vicende della cronaca palermitana, nel suo intreccio di interessi fra politica democristiana e mafia.
Il "pamphlet" - scritto con humor satirico e divertimento da Napoleone Colajanni, Bruno Carbone e Giorgio Frasca Polara - raccontava la storia di una città appena stravolta dalla strage di Ciaculli e dall'assedio della speculazione edilizia, in cui

"i palazzi, affastellati l'uno sull'altro, davano la sensazione di una giungla di cemento armato che stava stritolando quei pochissimi pennacchi di verde che spuntavano qua e là"


Presentazione del Piano Regolatore di Palermo.
Si riconoscono il sindaco Lima,
il sottosegretario ai LL.PP Pecoraro
ed il dirigente comunale Nicoletti.
L'immagine è tratta dalla rivista "Siciliamondo"
del febbraio del 1960
A Palm City, la trama degli eventi si muove tra "Sioux-Liberty" - il quartiere Libertà - il monte "Pilgrim" e le colline di "Ciack Collins", ovvero la borgata di Ciaculli.
La città è controllata dall'"Associated Boss" e governata dalla banda "Mac Lime Incorporated", ovvero da Salvo Lima e da altri notabili democristiani dell'epoca.
Gli autori del libello si divertirono con il gioco delle assonanze linguistiche o della trasformazione in lingua inglese dei nomi italiani.
Così, ad esempio, Nino Gullotti diventa "Mac Gullock", Calogero Volpe "Fox", il cardinale Ernesto Ruffini "pastore Raff", Paolo Bevilacqua "Drink Water", Rocco Gullo "Rocky Guld", Giuseppe Brandaleone "Brandy Lion"Giovanni Gioia "Senatore Gioy".
Vito Ciancimino, invece, prenderà il nome di "Ciang Cai Min"; l'imprenditore edile Francesco Vassallo - uomo nelle mani dello stesso "Ciang Cai Min" e di "Mac Lime" - diventa "Waxwall".
Dietro questo saldo gruppo di potere politico-mafioso la "Palm City" palermitana è la città in cui le imprese di Arturo Cassina - soprannominato "Mister Feluca" -  monopolizzano il servizio di manutenzione delle strade e delle fogne cittadine, con i risultati disastrosi raccontati in prima persona da un cronista-narrante:

"Per poco non mi rompo l'osso del collo, urtando il secchio dell'immondizia che troneggia accanto alla porta della brunetta del terzo piano.
Anche oggi l'immondizia rimane ad imputridire per la città!
Improvvisamente una 'pantera' comincia a sbandare come un vecchio ubriacone, sale sul marciapiede e si va a fermare con cofano contro un'enorme montagna di rifiuti.
'Figlio di un cane', urla il tenente Tombstone, uscendo tutto ammaccato dalla 'pantera', 'si fotte più di due miliardi di cucuzze l'anno e queste strade sembrano terremotate.
Guarda un po' che buche lascia per la strada, quella fossa poteva rendere orfani i miei bambini!"


Vito Ciancimino.
Gli autori di "La banda di Palm City"
gli diedero il nome di "Ciang Cai Min".
La fotografia è tratta dall'archivio di ReportageSicilia

Nella breve introduzione a "La banda di Palm City", gli autori scrissero questa avvertenza:

"Gli avvenimenti, i personaggi, le situazioni di questa storia sono il frutto della fantasia fervida di un cronista di Palm City.
Non hanno perciò nessun riferimento ad avvenimenti, personaggi, situazioni reali.
Se tuttavia qualcuno mostrasse di riconoscersi ciò non può riguardarci, è affar suo.
Vuol dire che ha la coda di paglia, e la paglia, tutti lo sanno, è un materiale assai infiammabile che potrebbe prendere fuoco il 22 novembre"

In quella data dell'anno 1964, erano state fissate le elezioni amministrative che nelle aspettative della Federazione Comunista di Palermo avrebbero dovuto far segnare la sconfitta della DC.
I palermitani invece si dimostrarono poco sensibili all'ironica denuncia sull'andazzo della vita cittadina.
La corrente fanfaniana guidata da Lima - dopo le dimissioni dalla guida di Palazzo delle Aquile del futuro eurodeputato, poi ucciso nel 1992 dalla mafia - piazzò al Comune il suo candidato Paolo Bevilacqua ( il "Drink Water" del libello ).


Palermo nel Piano Regolatore
presentato dalla giunta guidata da Lima.
Fotografia tratta da "Siciliamondo", opera citata
Lo scudocrociato ottenne 125.977 voti ( il 44,3 per cento del totale ), mentre il PCI - con 37.044 preferenze - crollò al 13 per cento.
Oggi "La banda di Palm City" rimane un esempio quasi dimenticato di satira politica palermitana e di tempi in cui un gruppo di giornalisti decise ironicamente di mettere nero su bianco i nomi dei burattinai della politica cittadina.
Al collega Mario Azzolini va il ringraziamento per avere permesso a ReportageSicilia di rievocare la vicenda di questa pubblicazione oggi rarissima, recuperandola alla memoria virtuale della rete.