Translate

mercoledì 6 dicembre 2017

ALBERTO SORDI MAFIOSO A BELMONTE MEZZAGNO

Alberto Sordi sul set del film "Mafioso",
realizzato in Sicilia nel 1961.
Le fotografie sono tratte "il Mediterraneo",
mensile della Camera di Commercio di Palermo
edito nell'ottobre del 1967
Il 1961 fu in provincia di Palermo un anno di consueta violenza mafiosa.
Le cronache registrarono 22 delitti attribuiti alla mano dei killer delle cosche: il più cruento ed odioso fu sicuramente quello che costò la vita a Tommaso Natale al 13enne Paolino Riccobono, vittima di una faida familiare tra la sua e la famiglia Cracolici.
In questo contesto di regressione criminale, quell'anno il regista Alberto Lattuada girò fra Belmonte Mezzagno, Misilmeri e Bagheria il film "Mafioso".
Mischiando luoghi comuni e vere tare siciliane, la trama affrontò con gusto macchiettistico la vicenda di Antonio Badalamenti, un diligente cronometrista di una fabbrica milanese. 
Tornato in Sicilia per le vacanze con moglie e figli, l'uomo si vede costretto a viaggiare in un collo postale sino a New York per uccidere un boss italo-americano.
Prodotta da Dino De Laurentis e con protagonista Alberto Sordi, la storia di questa pellicola venne accompagnata da una serie di episodi che hanno accomunato molti altri film di mafia girati in Sicilia: un'aneddotica spesso fondata su fatti reali astutamente amplificati dalle case di produzione per scopi pubblicitari.



Voce vuole, ad esempio, che il soggetto di "Mafioso" sia stato ispirato a Lattuada dal pittore Bruno Caruso; lo spunto sarebbe stato un incontro fra l'artista ed un vero capomafia, cui Caruso finì col fare il ritratto.
Un reale legame della sceneggiatura con le cronache del tempo è rappresentato invece dal viaggio clandestino di Antonio Badalamenti negli Stati Uniti: alcuni delitti di mafia registrati qualche anno prima oltre Oceano sarebbero stati effettivamente compiuti da "picciotti" siciliani spediti e tornati in casse di legno dalle metropoli americane.
Prima, durante e dopo la produzione del film - che Sordi avrebbe voluto realizzare in Spagna, per timore di ritorsioni - non mancarono indicazioni sull'interesse dei mafiosi verso il lavoro della troupe.
Per rassicurare l'attore romano, sembra che De Laurentis avesse dato incarico a Lattuada di tenere segreta la trama: accadde invece che il copione - lasciato nell'abitacolo dell'auto utilizzata dal regista - venisse rubato quasi agli inizi delle riprese.
Nel 1994, Lattuada ammise alla giornalista Simonetta Robiony che la produzione del film ebbe l'appoggio e l'approvazione di personaggi vicini ai "don" locali:

"Bastarono poche parole fatte circolare ad arte e arrivarono da me quelli che contavano.
Gli spiegai che volevo fare una commedia su un mafioso.
Si divertirono molto, anzi si misero a disposizione.
Mi dissero che se serviva una piazza vuota o affollata, avrebbero fatto quello che potevano"



Durante le riprese di "Mafioso", Alberto Sordi venne omaggiato e festeggiato come il "re di Belmonte Mezzagno".
In un paio di occasioni l'attore sostituì Lattuada nel ruolo di regista, volato temporaneamente dalla Sicilia per prendere parte al Festival Internazionale di Berlino.
La realizzazione del film andò avanti senza alcun intoppo e gli unici problemi furono provocati dalle frequenti assenze dal set dell'attrice brasiliana Norma Bengell.
Nel ruolo della moglie di Antonio Badalamenti, la Bengell sarebbe stata distratta a Palermo dalla presenza di Alain Delon, a sua volta impegnato nelle riprese preparatorie del "Gattopardo" di Visconti.
Il "Mafioso" ottenne buone critiche, vincendo nei Paesi Baschi nel 1963 il Festival del Cinema di San Sebastian.
Alberto Sordi, che proprio in Spagna avrebbe voluto realizzare quel film, al termine dei ciak lasciò la Sicilia rifiutando la cittadinanza onoraria di Belmonte Mezzagno; anni dopo - nel 1973 - si ritrovò ad interpretare un altro personaggio mafioso in "Anastasia mio fratello, ovvero il presunto capo dell'anonima sequestri".
Non sappiamo se lo sgarbo al paese che lo aveva acclamato come re nascesse dalla paura di legare il suo nome ad un luogo in cui la mafia aveva acconsentito alla realizzazione delle riprese.
Chi si rechi a Belmonte Mezzagno, troverà tuttavia una "via Alberto Sordi" a ricordo della presenza dell'attore in quel lontano 1961.



In "La corda pazza" ( Einaudi, 1970 ) Leonardo Sciascia ha così valutato il film di Lattuada:

"La mafia, il suo meccanismo, per dire così, giudiziario-esecutivo hanno ispirato ad Alberto Lattuada il "Mafioso": film che, anche se cinematograficamente valido ( nel senso che lo si vede senza noia: come del resto tutti i film interpretati da Alberto Sordi ), non lo si può considerare un contributo alla conoscenza della realtà siciliana e del triste fenomeno della mafia.
Di fronte a questo film, anzi, noi che ci siamo occupati più volte della mafia, in libri ed articoli, siamo stati presi dal dubbio se il continuare a parlarne non finirà col rendere alla mafia quell'utile stesso che prima le rendeva il silenzio.
Nel film di Lattuada tutto è mafia.



Vien fatto di pensare che la rivoluzione dei tecnici profetizzata da James Burnham finirà con lo svolgersi sotto i segni della mafia siciliana.
Mafioso è il dirigente di una grossa industria del nord ( per di più, riconoscibile, un'industria che lavora in collegamento con altra grande industria europea); di mafia partecipano dogane e compagnie aeree; sicario della mafia è un 'cronometrista' di quell'industria del nord.
Per cui lo spettatore è portato a chiedersi non più che cosa è la mafia, ma che cosa la mafia non è"

lunedì 4 dicembre 2017

LA VECCHIAIA PER MODI DI DIRE DEI SICILIANI

Isnello, ottobre 2017.
Fotografia di ReportageSicilia
In "Parole di Sicilia" ( Mursia, 1977 ), Sandro Attanasio ha raccolto alcune frasi, espressioni, detti, paragoni e proverbi legati alla vita quotidiana dei siciliani.
Si tratta per lo più di modi di dire non più presenti nella cultura orale dell'Isola, ma che meritano di essere ricordati - e, perché no, citati ancora al momento opportuno - in questi tempi di dilaganti emoticon.
Una parte delle espressioni ricordate quarant'anni fa da Attanasio - allora un aggiornamento dell'opera di Giuseppe Pitré -  riguardano l'"età e il tempo" e si riferiscono alla vecchiaia dei siciliani:

"Cu' fatica in giuvintù godi in vecchiaja", "chi fatica in gioventù gode in vecchiaia"; "Esseri 'cchiù vecchiu di la cucca", "essere più vecchio di una civetta"; "Bannera vecchia anura capitanu", "bandiera vecchia onora il capitano"; "Forza di giuvini e consigghiu di vecchiu", "forza di giovane e consiglio di vecchio"; "Lu tempo passa e la vicchizza accosta", "il tempo passa e la vecchiaia si avvicina"; "Lu pisu di l'anni è lu pisu 'cchiù granni", "il peso degli anni è il peso più grande".       

martedì 21 novembre 2017

TEORIA E PRATICA DEL PARCHEGGIO SICILIANO SECONDO FRANCINE PROSE

Piazza Politeama a Palermo
in una fotografia di Publifoto
pubblicata nel 1961 dal TCI su "Sicilia"
per la collana "Attraverso l'Italia"
"In Sicilia, il parcheggio riflette la differenze che esiste tra superficiale ed essenziale.
In teoria ci sono i cartelli di divieto, con l'immagine dei carri attrezzi, che ammoniscono gli automobilisti a non parcheggiare, ma in pratica i siciliani lasciano le auto dove vogliono: ognuno conosce la macchina dell'altro, vigili compresi, e se un'auto blocca l'uscita di un portone o di un garage, il proprietario viene immediatamente rintracciato"

Alla scoperta delle tracce lasciatevi da Leonardo Sciascia, Francine Prose si ritrovò qualche anno fa a dover cercare a Racalmuto anzitutto un parcheggio per la propria auto.



Fu così che in "Odissea Siciliana" ( Feltrinelli, 2004 ) la scrittrice americana evidenziò uno degli aspetti più critici del rapporto fra automobilisti dell'Isola e la guida dei loro veicoli: l'abitudine di parcheggiare ovunque la comune logica e la normale educazione indurrebbero a farne a meno.
Il parcheggio "selvaggio" - capace di raddoppiare o triplicare le file di sosta, di occupare le strisce pedonali e di ignorare i passo carrabile - è la naturale filiazione dell'abitudine al "traffico" palermitano di benigniana memoria.



A differenza di quanto avrebbe fatto gran parte degli automobilisti siciliani, Francine Prose risolse la difficile ricerca di un parcheggio a Racalmuto in maniera divertita e risoluta: 

"Dopo aver girato per trenta minuti che sembrano un'eternità, decidiamo di rinunciare.
Ci siamo fatti un'idea della città e basta.
Facciamo marcia indietro, e quando arriviamo sulla nazionale siamo presi da un senso d'euforia, come ragazzini che abbiano marinato la scuola..."   


venerdì 17 novembre 2017

IL PITTORE DELL'"APINO" NELLA BOTTEGA AL PAPIRETO

Mariano Porcelli durante le ultime fasi di decorazione
di un furgone Ape destinato alle cerimonie nuziali.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
L'"apino" poggia con una sola ruota a terra.
Un cavalletto ne innalza il cassone decorato di fresco con le scene  cavalleresche dei vecchi carretti; l'altezza è quella giusta da permettere ad un giovane pittore di rifinire la composizione con piccoli fregi lineari. 
La scena si svolge a Palermo, dinanzi alla baracca di uno dei venditori di vecchi oggetti nel mercato del Papireto.
L'ingresso è sormontato da un'impolverata stella cometa natalizia;  all'interno del deposito di legno e lamiera, si scorgono spalliere di letto in ottone, cornici prive di tela, decine di ceramiche, un paio di cassapanche. 




Mi avvicino con curiosità: scambio uno sguardo di saluto con un anziano che osserva il lavoro del pittore - disegni e colori dal bel dinamismo e affatto grossolani - ed estraggo dallo zaino la macchina fotografica.
Gli scatti del post sono il frutto di quest'incontro fortuito.
L'artista dell'"apino" si chiama Mariano Porcelli, ha 36 anni e - mi spiega - dipinge dall'età di otto.
La sua storia appartiene ad una cultura popolare palermitana quasi del tutto scomparsa. 
Nipote di Mariano Militano - un spazzino comunale fondatore mezzo secolo fa a Palermo di un piccolo teatrino dell'opera dei pupi, vicino vicolo Ragusi - Porcelli ha perfezionato la sua tecnica osservando da vicino il lavoro dei pittori di carretti: i Ducato di Bagheria, Fiore di Partinico, i Picciurro, i Cardinale.




Da ciascuno ha appreso qualcosa, vincendo la loro ritrosia e  gelosia nei confronti di quei "segreti" di bottega su quali indugiavano gli occhi e le orecchie del giovane apprendista.
Dopo avermi spiegato che la decorazione dell'"apino" gli è stato commissionata da una persona che lo utilizzerà "per fare matrimoni", Mariano Porcelli mi invita all'interno della baracca.
Superati gli oggetti ammassati in ogni angolo, sulla parete di fondo è distesa una grande tela su cui sta finendo di riprodurre l'architettura di Porta Nuova.



L'opera servirà da quinta scenografica per Angelo Sicilia, promotore a Palermo di un Teatro popolare delle marionette d'impegno sociale ( dalle storie degli omicidi di mafia dei sindacalisti uccisi nel secondo dopoguerra a quella di Peppino Impastato ).
Mariano Porcelli dipinge con i motivi della tradizione - "ma il mio stile è personale", sottolinea con orgoglio - oggetti di diversa natura: quadri, pannelli, mobili, insegne.



Spera presto di trasferire il suo laboratorio dalla baracca del Papireto in corso Vittorio Emanuele, strada che da qualche anno sta vedendo rinascere le attività alcuni artigiani.
Se il progetto avrà buon fine, Mariano Porcelli tornerà indietro nel tempo: agli anni in cui, nel vicino teatrino di vicolo Ragusi, Mariano Militano raccontava le epiche storie dei suoi pupi.




domenica 12 novembre 2017

IL SOGNO DI UNA SPOSA AMERICANA A CINISI


"Cinisi.
Questo signore in abito matrimoniale da trent'anni spera inutilmente di raggiungere la sua fidanzata a New York".

Nell'ottobre del 1957, questa breve didascalia illustrò sul numero uno della rivista palermitana "Il Ciclope" la fotografia riproposta da ReportageSicilia.
Autore dello scatto fu Vittorugo Contino, nato a Palermo nel 1925 ed all'epoca già affermato operatore di ripresa e fotografo di scena per i maggiori registi italiani: da Rossellini a Pontecorvo, da Antonioni a Rosi, da Caprioli a Zampa.
Discendente di una nota famiglia di argentieri, Contino preferì lasciare la Sicilia per frequentare a Roma il Centro Sperimentale di Cinematografia: un'esperienza che lo avrebbe portato a dedicarsi anche al documentario giornalistico, dall'Algeria al Vietnam.
Nel luglio del 2016, alcune fotografie di Vittorugo Contino sono state esposte al "Gibellina Photoroad".
L'immagine realizzata sessant'anni fa a Cinisi è un ritratto che potremmo definire - per l'aspetto bizzarro e patetico insieme del protagonista - di ispirazione cinematografica: per caratterizzazione del soggetto e per la storia raccontata dal singolare travestimento.



BRANCATI E IL CONFINE NISSENO TRA IRONIA E MALINCONIA ISOLANA

Mattonella maiolicata a Mazara del Vallo.
Fotografia ReportageSicilia
"Brancati sosteneva che i siciliani di costa orientale, i catanesi e i siracusani, conoscessero l'ironia o, anche, una comicità grossolana: la loro qualità principe sarebbe quella di
'sapere essere insieme personaggi e autori di commedie
L'ironia tempera gli errori'
I siciliani occidentali, fra Agrigento e Palermo, gli sembravano invece privi di ogni capacità di sorriso, e più che mai disposti a elucubrare, a ragionare.
Il confine fra i due atteggiamenti verrebbe a situarsi proprio a Caltanissetta, 'sulle nubi', fra Enna e Nissa:
'Il senso del ridicolo abbandona proprio qui la littoria che da Catania vola a Palermo.
Se il sorriso è una luce, la costa occidentale della Sicilia può dirsi perfettamente al buio'
Nissa, dunque, è la città dove sentimento del comico e sua assenza sfumano; vola la littoria, e perde il riso che l'aveva mossa alla volta di Palermo.
Dalla porta occidentale, proprio da Palermo, Brancati vedeva entrati in Sicilia
'gli arabi, i cavilli, le sottigliezze, l'io e il non io, la malinconia e i musaici'
Dalla porta orientale, da Catania,
'i fenici, i greci, la poesia, la musica, il commercio, l'inganno, la buffoneria e il comico'
A Nissa fanno conflitto sottigliezza e buffoneria, malinconia e inganno.
Arbitro di tutto questo - appunto suo escogitatore - Brancati stesso, un arbitro comico: e la sua invenzione, per pura pazzia narrativa, diventa verità"

ENZO SICILIANO, 
introduzione a "Sogno di un valzer" di Vitaliano Brancati,
Bompiani, 1982

venerdì 10 novembre 2017

LO SCONOSCIUTO GENIO LETTERARIO DI EZIO D'ERRICO

Una rara immagine dell'agrigentino Ezio D'Errico
tratta dal quotidiano "Stampa Sera" del 23 luglio del 1963.
Le altre fotografie di Gangi sono di ReportageSicilia
Pittore astrattista, scrittore di gialli, giornalista, scrittore e commediografo dell'assurdo: la statura artistica e le esperienze culturali di Ezio D'Errico, nato ad Agrigento il 5 luglio del 1892 e morto a Roma il 20 aprile del 1972, sono ancor oggi apprezzate da pochi cultori di un personaggio dimenticato soprattutto in Sicilia ( anche la notizia della sua morte venne ignorata o meritò poche righe sui quotidiani isolani ).
L'oblio nella terra di origine si deve principalmente al fatto che D'Errico lasciò Agrigento in giovane età, esprimendo la sua varia vena artistica e letteraria fra Parigi, Torino e Roma.
Eppure, Ezio D'Errico - che si definiva "un europeo esiliato in Italia" - ha meritato giudizi di assoluta eccellenza fra i pochi cultori della sua produzione.
Andrea Camilleri ne ha lodato la "genialità rinascimentale", mentre Martin Esslin - affermato critico teatrale anglo-ungherese - lo indicò come "unico autore italiano, dopo Pirandello, che abbia raggiunto una levatura nel teatro contemporaneo di livello internazionale".



Un simile giudizio procurò all'autore agrigentino fama e riconoscimenti soprattutto all'estero: Germania, Inghilterra, Francia e Paesi sudamericani.
Ad accrescere l'eccezionalità del personaggio, D'Errico è stato capace di contraddire il dato secondo cui i maggiori scrittori dell'Isola  sono stati incapaci di porre al centro delle proprie opere luoghi e tematiche non siciliane.
Una traccia della vastissima produzione letteraria di Ezio D'Errico  - quasi una preziosa pepita, rivelatrice anche della sua ispirazione artistica - si trova nelle pagine della rivista "Sicilia" edita nel settembre del 1954 dall'Assessorato Regionale al Turismo e Spettacolo.
Il racconto di un incontro a Gangi con Don Calcedonio Spitaleri - irrazionale figura di guaritore, agronomo e singolare esperto di cultura siciliana - offre a D'Errico una rara occasione di scrivere della sua terra. 
Quasi in omaggio alla dichiarata propensione dell'autore per i sortilegi, il testo prende il titolo di "Vita segreta della Sicilia": 

"Molti anni fa, durante una delle mie tante visite, mi trovai a Gangi, un paese arroccato su uno dei due grandi contrafforti di quella spina dorsale rocciosa che parte da Messina, e a Nicosia si biforca per dar più forza all'ossatura dell'Isola.
Quivi conobbi Don Calcedonio Spitaleri, detto 'u prufissuri', il cui biglietto di visita si fregiava, oltre che di una stemma nobiliare, di questa dicitura:

'Astruologo, Erborista e Magnetizzatore di armali' ( Animali )



Don Calcedonio commerciava in grasso di marmotta, radici ed erbe medicamentose, ipnotizzava vecchi galli e guariva le pecore dalla morva.
Questo, ufficialmente.
In separata sede dava consigli su questioni di amore e di interesse, sulle colture agricole più convenienti in relazione alle annate, alle eclissi di sole e di luna, alle stelle e ai venti.
Quando entrava in confidenza con uomini di cultura, si abbandonava a disquisizioni storico-filosofiche del più alto interesse per chiunque avesse uno spirito aperto alle libere speculazioni mentali.
Fu appunto durante uno di questi conversari, ch'io mi feci finalmente un concetto chiaro del rapporto, insospettato fino allora, intercorrente fra le quattro stagioni e le dominazioni straniere in Sicilia.




'Aviti a sapiri', mi disse Don Calcedonio, che nei tempi antichi, quando la Sicilia si chiamava Sicania, ed era attaccata al continente, c'era un'unica stagione calda lungo le coste e fredda al centro, per causa della circolazione interna del vulcano dell'isola Giulia, che era un vulcano marino mentre l'Etna era una montagna e buttava soltanto acqua, perché tutti i fiumi uscivano dai suoi fianchi.
Questa unica stagione si conservò invariata durante la dominazione dei Fenici, dei Cartaginesi e dei Romani.
Nel Medioevo, con l'arrivo degli Arabi, prese a rinforzare lo scirocco ( Don Calcedonio diceva scilocco ) e perciò molte regioni, che prima erano a clima temperato, diventarono più calde, mentre gli acquazzoni si fecero più radi.
Insomma, con gli Arabi si cominciò a parlare di estate, per distinguere questa stagione da quella delle piogge, finchè all'arrivo dei Normanni, caldo e freddo si alternarono con una regolarità che permise di differenziare l'inverno dall'estate.
Come salì al trono di Napoli Carlo d'Angiò, e nell'Isola giunsero i Provenzali, si delineò una stagione di mezzo, leggera e volubile, elegante e prepotente come i 'francisi', e fu la primavera.
Ma si dovette aspettare la dominazione spagnola di Pietro d'Aragona, per sentir parlare di una quarta stagione, languida e malinconica, che fu poi denominata autunno.




Le spiegazioni di Don Calcedonio Spitaleri, molto più pittoresche e fiorite di quanto non abbia potuto rendere nella mia versione italiana, mi convinsero subito, per l'assenza totale di logica a contrasto con la loro alta significazione poetica.
Don Calcedonio parlava lento, fissandosi la punta delle scarpe, e solo ogni tanto le sue palpebre convesse come quelle di un gufo, si alzavano, scoprendo occhi d'antracite la cui fulgida fissità faceva cadere in catalessi i galli e turbava le ragazze.
Intanto le sue dita gialle di nicotina si agitavano a mescolare le stagioni come un mazzo di carte da gioco.
Qui si conviene ch'io confessi al lettore la mia atavica diffidenza per le scienze esatte, e la mia vocazione per le intuizioni fantastiche lampeggianti nelle zone misteriose dell'inconscio.
L'istinto che regola la vita degli animali, i sogni premonitori che anticipano il futuro, il presentimento di un ciclo biologico che ci riporta infinite volte sulla Terra, e l'eternità sferica del tempo-spazio, sono state sempre per me le basi di un sistema personale, che solo in determinate occasioni fingo, per opportunità, di ricoprire con la vernice di una cultura scolastica atta a non allarmare i benpensanti.
Di qui la mia inclinazione irresistibile per le allegorie, per l'ermeneutica, per i simboli e per i sortilegi.
Di qui il mio amore per le bestie, che non possono essere capite da chi non ha il senso della poesia e del mistero, e la mia diffidenza per gli uomini pratici, furbi, ordinati, logici e intransigenti che, sia detto per inciso, furono certamente scacciati dal Paradiso terrestre per avere voluto distinguere il bene dal male, in contrasto al saggio divieto di assaggiare i frutti dell'albero della conoscenza.



Naturalmente, l'esser nato nell'Ottocento ( secolo nobilissimo preso a gobbo con troppa faciloneria dagl'irriverenti giovani d'oggi ), ha colorito l'immagine che mi sono fatta delle quattro stagioni siciliane, di un romanticismo che non ha niente a che fare coi Saraceni e coi Provenzali , coi Normanni o con gli Spagnoli.
Sarà perché ho vissuto nell'Isola ai tempi della prima Targa Florio, quando si andava soltanto in carrozzella ( costava meno che andare a piedi ) e a Palermo Delagrange starnazzava col suo catafalco di tela e di bambù sui prati della Favorita, che la primavera siciliana veste per me i panni della Gigi di Colette, e perde la testolina fra i muri freschi dei primi villini di Mondello, sulle ali di una romanza di Tosti raschiata dal grammofono a tromba.
Primavera col diploma di Magistero, il ciclo di tulle cilestrino e rosa confetto, e i fili del telegrafo pronti per le rondini.
Primavera piccolo borghese, più Capuana che Verga, più vaniglia che zagara, più Gasparina Torretta che Santuzza.
La primavera siciliana è breve come l'adolescenza delle fanciulle isolane che non hanno il tempo di posare il velo della Prima Comunione, che già devono confezionare quello da sposa, e appena deposta la bambola, cullano il primo nato.



L'estate è invece un dramma orgiastico splendente come il sangue, ardente come un braciere, affascinante come una piaga.
L'estate è il solstizio decapitato, opunzie sfregiate da cicatrici, l'abbacinante calura che sbianca il cielo, l'odore di strinato sulle groppe fumide, il lezzo delle alghe putrefatte, l'insonnia delle notti nell'ipnosi della luna arancione, il fiato che sa di tuberose.
L'estate piomba sull'Isola come una meteora di fuoco, risuona come un gong fra le rupi azzurre e il mare vermiglio per la carneficina della mattanza ( questa corrida acquatica con la fiocina al posto della picca ).
L'estate ronza di fuchi e di calabroni, tonfa di mortaretti, rulla di tamburi, squilla di campane, odora di ragia, di incenso e di pepe.
Estenuati giungono i siciliani a un autunno elegante, senza nebbie, e con quel poco di acquerugiola appena necessaria per dissetare i giardini arruffati di liane e stellati di gelsomino.
Allora le fanciulle si vestono di panno color tabacco biondo, pergamena, sabbia, tortora e foglia secca, rialzando i toni con qualche vezzo di corallo o con vecchi monili di granata, e ammorbidendo polsi e collarini con strisce di castoro.
Non ce ne sarebbe bisogno, come non ci sarà bisogno della pelliccia d'inverno , ma si desidera appunto il superfluo, e le belle siciliane spiano ogni giorno l'asticciola del termometro, per scoprirvi quel minimo di abbassamento che giustifichi il visone.
In mancanza di meglio si accontentano di guarnizioni di persiano, per veleggiare almeno con la fantasia verso nordici approdi, col cuore trafitto dalle ultime mandolinate.
Ogni tanto capita persino un Natale col cielo coperto, e allora le 'meravigliose' di Palermo e gli 'incredibili' di Catania esultano.
L'incauto 'inghilese' che in quel giorno osasse passeggiare per Taormina in maniche di camicia, verrebbe guardato severamente.



I siciliani coccolano il loro breve inverno con la cura gelosa del del collezionista, e lo sorvegliano come fanno gli allevatori per gli esemplari rarissimi.
Hanno le nevi dell'Etna, è vero, ma si stagliano contro un cielo implacabilmente azzurro e sembra neve dipinta.
Fra dicembre e gennaio, sulle coste che guardano l'Africa, i forestieri fanno il bagno, e i nativi crollano il capo e li gratificano di 'foddi'.
In febbraio, qualcuno svegliandosi all'alba, crede di vedere gli alberi inzuccherati di brina, ma sono i mandorli che incominciano a fiorire.
Le stagioni siciliane sono tuttavia quattro, e soltanto la gente di poca fede può metterlo in dubbio, ma fanno parte della vita segreta dell'Isola, e vanno decifrate in base al calendario delle sagre, alla sapienza spicciola dei proverbi popolari, al volo degli uccelli migratori, all'abbaiamento dei cani e ai telegrammi fosforescenti delle lucciole che tracciano punti e linee nell'oscurità, quando, per dirla con Blaise Cendras, 'le ciel est comme la tente déchirée d'un cirque pauvre, dans lage de pecheurs...'"













martedì 7 novembre 2017

LA BELLEZZA PREALPINA DELLA STRADA PROVINCIALE 286

Fotografia ReportageSicilia

"Si esce da Castelbuono a SE correndo sinuosamente sulle amene pendici a olivi e mandorli che a destra salgono verso le falde boscose del Pizzo della Principessa.
Si varca il torrente Vicaretto sul ponte Paratore, poi il torrente dei Molini sul pittoresco ponte Nocilla.
Quindi si sale a serpentine sulla costa di tramontana del monte Miccio ( metri 1049 ), rivestita di un esteso sughereto; all'indietro vista bellissima della conca di Castelbuono col nastro della strada percorsa; a O, sopra i folti boschi di Cava e Vicaretto, si elevano i dorsi nudi e grigi del Pizzo della Principessa.
Più in alto, usciti dal bosco, si gira sul fianco E del monte Miccio, con di fronte, oltre la profonda valle del fiume Pollina, San Mauro Castelverde su un cocuzzolo.
Il paesaggio diventa prealpino, sino a Geraci Siculo..." 

Così la Guida Rossa della Sicilia edita dal TCI nel 1968 descriveva la strada provinciale 286 che congiunge Castelbuono a Geraci Siculo: un sinuoso ma mai ostile nastro di asfalto fra i più belli delle Madonìe, immerso per lunghi tratti tra fitte sugherete.
La 286 ha oltretutto la particolarità di essere una delle poche strade del comprensorio madonita non interrotta da frane o rallentata dall'asfalto dismesso. 


Immagine tratta da "Madonie, itinerari nel Parco",
Assessorato Regionale Turismo e Cai Sicilia, 2006

Una passeggiata lungo questa via di collegamento offre l'opportunità di scoprire un ambiente naturale quasi intatto, e dove la mano dell'uomo non ha provocato scempi edilizi.
Affascinano semmai la scoperta delle strutture della masseria Pintorna - che nel secolo scorso ospitò una caserma dei carabinieri - e di alcune case cantoniere abbandonate.
La porta di ingresso di una di queste - con la datazione 1886 - rimanda con l'immaginazione ai tempi in cui la strada provinciale 286 collegò luoghi delle Madonìe fino ad allora rimasti remoti ed isolati.



domenica 5 novembre 2017

IL SOLE DI GESSO SULLE BALATE DI COPERTINA

Fotografia di Nino Teresi,
opera citata

Nella fotografia riproposta da ReportageSicilia, le "balate" di una strada o di una piazza isolana diventano la lavagna dove realizzare con i colori a gesso una sorprendente copertina che celebra il nome ed il sole della Sicilia.  
L'immagine, attribuita a Nino Teresi, venne pubblicata nell'aprile del 1956 dalla rivista "Sicilia" curata dall'Assessorato regionale al Turismo e Spettacolo per le Edizioni F.S.Flaccovio di Palermo.
In tempi in cui la grafica era una questione più di estro inventivo che di supporto tecnologico, la copertina colpisce per la semplicità dell'idea e per lo stupore suscitato dal risultato finale: un pò come la bellezza dell'Isola di quegli anni, primitiva e non ancora sfregiata dalla pesante mano dei siciliani.

venerdì 3 novembre 2017

IL CARRETTIERE DI NINO GARAJO


L'ABBANDONO DELLO STORICO PALAZZO DEI CARBONARI DELLA TARGA FLORIO

La fitta cascata di foglie rampicanti
che nascondono il prospetto dell'edificio
che nei primi decenni del Novecento ospitò
la casa di Vincenzo Florio junior
ed il comitato organizzatore della celebre Targa.
Le fotografie sono di ReportageSicilia

"Il Comitato Panormitan per le Feste e le Riunioni aveva sede in via Catania 2, a Palermo, al pianterreno di un grande palazzo che si affacciava sul viale della Libertà.
L'edificio, di proprietà della famiglia Florio, era tra il liberty e il vittoriano.
I suoi balconi erano sempre colmi di fiori.
Il Comitato si riuniva tutti i giorni sino a notte inoltrata.
Nelle sale si discuteva, si prendevano decisioni e si approvavano, tutto nella massima segretezza.
I soci avevano l'aria di ribelli e anticonformisti e a una certa società conservatrice apparivano come adepti di compagini rivoluzionarie sul tipo della Giovane Italia.
Per tale motivo, non si sa da chi, vennero definiti in seguito i 'carbonari della Targa Florio'"




In una pagina del saggio "La leggendaria Targa Florio" ( Giorgio Nada Editore, 1989 ), il giornalista e ricercatore Pino Fondi descrisse le frequentazioni d'inizi Novecento di un palazzo palermitano posto ancor oggi all'angolo fra il viale della Libertà e via Catania.
La storia dell'edificio raccontata da Fondi - da tempo inutilizzato e ricoperto da una fitta cascata di foglie rampicanti - è oggi quasi del tutto dimenticata: dimora già nel 1924 di Vincenzo Florio junior e poi della convivente Lucie Henry - in seguito diventata sua moglie - ospitò per molti anni il comitato organizzatore della Targa Florio.






L'ultimo esponente della famiglia di imprenditori di origini calabresi occupava il piano terreno ed il primo piano del palazzo.
Florio disponeva inoltre di due appartamenti al terzo piano, i locali interni - adibiti a garage - e gli scantinati, utilizzati come cucina ed alloggi per il personale di servizio.
I "carbonari" che frequentavano casa Florio ricordati da Fondi portavano i nomi della vecchia aristocrazia palermitana del tempo, ed erano noti anche per le frequentazioni massoniche.
Nel libro di Pino Fondi si ricordano i personaggi di Tasca Bordonaro, del conte Guido Airoldi ed ancora il conte d'Insello, il marchese Paolo Scaletta, il barone Gianni Stabile, il barone Michele Ciuppa, il marchese Jacona della Motta, il barone Antonio di Raimone, il cavaliere Rodrigo Licata di Baucina, il principe di Petrulla, i principi Gustavo e Michele Vannucci, il marchese De Seta, il barone Cammarata, il barone La Motta, il barone di Gebbiarossa, il cavaliere Fecarotta, il cavaliere Salvatore Bonocore.



Il palazzo di Vincenzo Florio junior fu sede dell'organizzazione della gara madonìta sino al 1933.
Quell'anno, la gestione dell'evento sportivo passò al Real Automobil Club d'Italia
Due anni dopo, Florio e Lucie misero in vendita l'edificio di via Catania, trasferendosi a Santa Flavia nell'abitazione di Renè - figlia di Lucie - e del marito Giuseppe Paladino.
I tempi d'oro delle compagnie di navigazione e dello sfruttamento dello zolfo erano già terminati, e l'esposizione bancaria della famiglia aveva superato la rovinosa soglia dei 50 milioni di lire.
Il destino dell'elegante edificio dei "carbonari della Targa Florio" passò così di mano all'Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, fondato nel gennaio del 1940.
Di lì a poco il palazzo sarebbe sopravvissuto ai bombardamenti della guerra, avviandosi però al progressivo abbandono del ricordo della sua funzione di sede organizzativa delle prime edizioni della Targa Florio.



Oggi la costruzione è di proprietà dell'Ente di Sviluppo Agricolo della Regione Siciliana, che ne gestisce la semplice manutenzione ordinaria, lasciandola inutilizzata.
Negli anni passati, gli ultimi frequentatori dei saloni in cui Vincenzo Florio alimentò il mito della Targa sono stati gli allievi di alcuni corsi di formazione professionale.
In seguito, il palazzo è stato occupato da decine di studenti universitari e per questo motivo il portone di via Catania è stato munito di nuove e più robuste serrature.
I balconi un tempo adornati di fiori mostrano ora le finestre tristemente sbarrate e le imposte ricoperte da una biancastra crosta di polvere. 
Le balaustre in pietra sono avvolte dalle foglie rampicanti; le candele elettriche poste lungo i corrimano non spargono più la luce che un tempo faceva risaltare la scansione prospettica delle eleganti facciate.



Biografi e studiosi - oltre Pino Fondi, anche Mario Taccari, Orazio Cancila, Simone Candela ed Anna Pomar - hanno in passato ricordato il legame fra la famiglia Florio ed il palazzo posto all'angolo fra il viale della Libertà e via Catania.
Malgrado ciò, nessuno sembra interessato a valorizzare l'edificio, che potrebbe ospitare un museo sull'epopea dei Florio o sulla storia sociale, artistica ed imprenditoriale che fra Ottocento e Novecento caratterizzò le vicende palermitane: una scelta che sarebbe in linea con la considerazione che senza la conoscenza del proprio passato il presente ed il futuro rimangono più incerti.  



  

sabato 28 ottobre 2017

GLI ETERNI PUPARI E I VECCHI CIRCOLI DELLA POLITICA SICILIANA

Satira politica in una pagina della rivista "Siciliamondo",
edita a Palermo nel febbraio del 1960
"Le elezioni del 5 novembre in Sicilia saranno un test nazionale.
Il solito teatrino di oscuri burattinai o un'inedita sfida tra brave persone?"

Così la bella copertina di uno degli ultimi numeri de "il venerdì" di "Repubblica" - una fotografia di pupi ritratti nel teatro palermitano di Mimmo Cuticchio - presenta con il titolo "pupi e pupari" un reportage di Francesco Merlo sul prossimo voto delle regionali.


Circolo della Democrazia Cristiana
nella frazione trapanese di Purgatorio.
La fotografia è tratta dalla rivista "Il Ciclope",
edita a Palermo nell'ottobre del 1957
Accanto ai candidati al ruolo di presidente della Regione - un esponente storico della destra siciliana con la concorde fama di galantuomo, un rispettabile rettore universitario esordiente in politica e dal volto pulito, il figlio di un giornalista ucciso dalla mafia con una storia di coerente intransigenza, un ex magazziniere promosso a geometra e "convinto nel valore dell'essere umano" - esiste una pletora di personaggi che tirano da mesi le fila del gioco elettorale: i "pupari", appunto. 
In Sicilia, la categoria non ha mai perso né ruolo né potere: sono loro, al di là delle capacità degli aspiranti presidenti della Regione, a deciderne ascesa e declino. 
Da sempre, i "pupari" scelgono gli amministratori ed i burocrati, veri padroni della macchina regionale.
Come mosche che affliggono il corpo ammalato dei palazzi del potere, i "pupari" tessono e disfano alleanze, stringono accordi, concordano scambi di poltrone, organizzano spregiudicati e immorali colpi di mano.
Non è così azzardato pensare che, ancor prima dell'apertura dei seggi elettorali, la sovranità popolare nella scelta di questo o di quel candidato sia in realtà affidata alle decisioni di questi pervicaci manovratori del gioco della politica.


Campagna elettorale del PCI in Sicilia.
La fotografia è tratta dalla rivista "Il Ciclope",
opera citata
Agli elettori dei nostri tempi, non rimane più neppure la possibilità di esprimere un voto che rispecchi l'ideologia identitaria di vecchi partiti come la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia ricordano gli anni di quella contrapposizione politica, in cui ogni paese siciliano ospitava i circoli con lo scudo crociato e la falce e martello. Erano quelli luoghi di discussione e di raccolta di voti, a volte con criteri non meno immorali rispetto alle maniere dei "pupari" dei nostri giorni: cambiati i metodi, è il triste e immutabile destino della politica siciliana.




martedì 24 ottobre 2017

L'INFOCONATO SENSO AMOROSO DELLA SICILIA DI TECCHI

Pena d'amore e trivio a Palermo, ottobre 2017.
Fotografia di ReportageSicilia
Era il 1945 quando Einaudi pubblicò "L'isola appassionata" dello scrittore laziale Bonaventura Tecchi.
Il libro, ricordato dopo decenni di oblio dall'antologia "Cento Sicilie" di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago ( Bompiani, 2008 ), fece scoprire nella precarietà italiana di un conflitto appena concluso il complesso dei valori affettivi ed amorosi in Sicilia.
Tecchi ne aveva avuto singolare conoscenza a Palermo, a partire dal luglio del 1940, nel suo ruolo di militare addetto alla censura postale.
L'esame delle lettere scambiate fra soldati e familiari nei mesi della guerra lo autorizzò a scoprire "nel bene e nel male" ( il bene della pena di amore scritta sul muro di una chiesa palermitana, il male della trivialità tracciata sotto quella frase ) - la "miniera degli affetti umani" nell'Isola.

"Dovendo per la ragione della mia mansione aprire lettere private, ficcare il naso negli affari altrui e spesso in cose intime e gelose - spiegava Tecchi - quale strumento mi era offerto per conoscere il cuore segreto degli uomini, per conoscere l'anima dell'isola!"

Lo scrittore di Bagnoregio ebbe modo di leggere lettere assai diverse per ispirazione e ruoli di attore nei rapporti affettivi e sentimentali: fidanzati, sposi, amanti, fratelli o genitori in pena per la sorti del figlio partito per la guerra.



Da questa miniera di differenti espressioni d'amore, Bonaventura Tecchi trasse l'impressione di una Sicilia "isola della luce, miniera di affetti famigliari".

"Ma quel che mi sorprendeva di più - si legge ne "L'isola appassionata" - era che accanto alle espressioni appassionate ( 'amore infoconato' diceva la lettera di una ragazza del popolo; e un bersagliere: 'questo mio cuore tutto di fuoco' ) c'erano anche i toni della delicatezza, della gentilezza...
Quelle donne innamorate, quella sognante malinconia, quegli affetti 'ideali', quelle Mene e quelle Rosalie che leggemmo in Verga, descritte con sì acuto senso di poesia ma alle quali, come creature in carne ed ossa, avevamo creduto sì e no, erano 'vere', esistevano veramente.
'Il mio cuore è stretto in un oblio di lacrime'... scriveva una: 'il mio acutissimo pensiero sopra di te'".