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martedì 25 agosto 2015

IL RISOLLEVAMENTO DELLE COLONNE DEI TEMPLI AD AGRIGENTO E SELINUNTE

Sull'esempio dei lavori compiuti al Partenone di Atene, fra il 1925 e di 1928 anche in Sicilia si mise mano a ponteggi e catene per rimettere in piedi le colonne di due templi. 
La documentazione di un reportage pubblicato nel luglio del 1929 dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"


I lavori di risollevamento
delle colonne del tempio C a Selinunte.
Le fotografie del post illustrarono un reportage
 che il Touring Club Italiano
dedicò nel 1929 alla riedificazione
delle strutture dell'edificio selinuntino
e del tempio di Ercole di Agrigento.
L'articolo portò la firma di Pirro Marconi,
all'epoca direttore del Museo Archeologico di Palermo

Nel corso dei secoli, i templi delle colonie greche nell'isola hanno vissuto ogni genere di traversie: devastazioni, terremoti ma anche spoliazioni legate al bisogno di nuovo materiale da costruzione.
Soprattutto in epoca medievale, colonne, capitelli, trabeazioni ed altre opere lapidee sono state utilizzate per costruire edifici e infrastrutture militari e civili, come il molo di Porto Empedocle.
Nel secolo XVIII, gli operai recuperarono parte del pietrame dalla valle dei Templi di Agrigento; resti di colonne e fregi architettonici furono così sacrificati per favorire la nascente attività commerciale dei traffici di zolfo.
Nei primi decenni del Novecento, due templi di Agrigento e Selinunte furono invece parzialmente ricostruiti grazie al riadattamento delle colonne crollate nei secoli precedenti.
L'opera di sollevamento compiuta nel tempio di Ercole della valle e di quello selinuntino indicato con la lettera C fu compiuta tra il 1925 ed il 1928; l'iniziativa seguì il clamore suscitato anni prima dalla risistemazione di numerose colonne nella parte centrale del Partenone di Atene, decisa dopo un referendum delle autorità greche fra i maggiori studiosi ellenici.


Le rovine del colonnato del fianco meridionale
del tempio C di Selinunte prima del risollevamento

Le fotografie del post di ReportageSicilia sono tratte dal mensile del TCI "Le Vie d'Italia" del luglio del 1929 e documentano l'intervento compiuto nei dei due templi nell'isola.
Nell'articolo che illustrava le immagini, intitolato "Ricostruzione di Templi Greci in Sicilia", Pirro Marconi - all'epoca dirigente del Museo Archeologico di Palermo - dava merito dei lavori "all'archeologo senatore Paolo Orsi e all'architetto comm. Francesco Valenti e ai due Soprintendenti all'Arte della Sicilia, a cui l'opera è dovuta. In esso uno studio particolare è dato anche al restauro, effettuato con criteri moderni, in cui il buon gusto si sposa al più ortodosso rispetto per le strutture antiche".


Lo stesso colonnato dopo i lavori di riedificazione

Nel suo reportage, Pirro Marconi illustrò anzitutto le motivazioni tecniche che giustificarono la decisione di risollevare alcune colonne dei due templi di Agrigento e Selinunte:

"L'edificio greco è composto, dalla base alla cornice, di blocchi di pietra squadrati perfettamente, in varia forma, secondo il particolare elemento architettonico che essi devono costituire: fondamenta, mura, colonne e trabeazione, tutto è costituito da conci, perfettamente combacianti, collocati uno sull'altro, o con la pura adesione delle superfici in contatto, o uniti con uncini di metallo; in ogni modo, affatto sforniti di malta e di impasti cementizi.


Altra prospettiva del colonnato
dopo gli interventi di ripristino

E', in fondo, una tecnica costruttiva rudimentale e che offriva poca resistenza al peso, e adatta solo a edifici struttivamente elementari quali sono quelli greci, in cui grande spessore di mura e di colonne regge il piccolo peso di un tetto in legno.
Se noi costruissimo adesso così, le mura delle case dovrebbero avere uno spessore di parecchi metri.
Ma è per quella struttura che le rovine greche si prestano ad essere rialzate.
Data questa particolarità, riesce facile immaginare quello che è avvenuto quando, per il concorso di terremoti, intemperie, incendi, devastazioni, i templi sono crollati: mura, colonne, cornici, si sono per così dire slegate, e tutti i conci, i singoli elementi di esse, rimasti sciolti, sono caduti al suolo, conservando la loro forma particolare.


Una panoramica del tempio C al termine dei lavori

Talvolta, nel crollo, le strutture si disordinavano, ma tal altra, in condizioni felici, intere porzioni degli edifici cadevano, conservando sul suolo il medesimo ordine che avevano nella fabbrica, con i conci collocati regolarmente uno dopo l'altro così come erano in posto.
In queste condizioni, e rimanendo nella rovina così smontati gli elementi dell'edificio, il problema della ricostruzione si riduceva a fissare la posizione che ciascun concio aveva avuto nella fabbrica; ed a rimetterli a posto, uno sull'altro.
Era così come ripetere il lavoro già compiuto dai greci, i quali avevano prima, al suolo, tagliato i pezzi dell'edificio, e poi li avevano alzati l'uno sull'altro nell'ordine logico fissato già nella mente degli architetti.


Le rovine del colonnato meridionale
del tempio agrigentino di Ercole
prima dei lavori di riordinamento

Non è chi non veda, posto così il problema, come la ricostruzione degli edifici greci sia perfettamente legittima e sicura; in nulla essa altera o manomette le opere, ma le fa risorgere con la loro stessa materia e con la loro stessa tecnica..."

Quindi, l'archeologo illustrò così gli interventi di ricostruzione compiuti nei due templi:

"Il tempio di ercole ad Agrigento sorge su una collina, l'ultima verso il mare, ed ha il suo lungo fianco parallelo al crinale roccioso del colle; esso è, in ordine di tempo, il primo edificio sacro di Agrigento ( fine del VI secolo ) ed è stato oggetto, in età greca e romana, di vari restauri e rifacimenti.
Non rimaneva di esso che un vasto mucchio di rovine, tra cui s'alzava una sola colonna mozza.
I resti di questo edificio si prestavano ad un lavoro del genere: specie in certe parti, la rovina s'era formata regolare ed ordinata, ed i pezzi al suolo avevano conservato l'ordine pristino; particolarmente quelli del colonnato meridionale e del muro settentrionale della cella.
Le fotografie rendono bene l'evidenza di questo fatto: nell'una, presa dall'alto, si vede nell'interno della cella il muro caduto al suolo conservando il preciso ordine dei filari di conci, e verso sinistra i rocchi disciolti delle colonne, però collocati uno accanto all'altro, come erano nella fabbrica antica.


Le colonne dello stesso tempio
crollate verso Est prima del loro ripristino

Nell'altra, si vedono sul limite della fondazione tutti i rocchi inferiori delle colonne al loro posto, coricati verso l'esterno, con la base corrosa e guasta dalle intemperie.
E' stato questo l'elemento su cui si è posata la scelta dei ricostruttori, che - data la cattiva conservazione dei rocchi di talune colonne, e non volendo per principio rifar nuovo ma solo usare il materiale originale - si sono limitati a rialzare poco più della metà della schiera di colonne sul porticato meridionale; otto di esse sono state risollevate, e quattro completate anche con il capitello.
Il lavoro così non è completo, e soprattutto si sente la mancanza del legame tra le colonne, che restano troppo isolate e sciolte, e sanno ancora un po' troppo di rovina.
Certo, risollevando anche qualche elemento delle mura della cella, sarebbe stato possibile di avere quel senso maggiore della forma del tempio che una fila semplice di colonne non può destare.
Però, malgrado questo, e malgrado che allo stato attuale del lavoro non sia possibile dire di avere conseguito lo scopo finale - soprattutto quello di dare almeno un'idea della meravigliosa coerenza ed unità della costruzione antica - noi dobbiamo pur ricordare quale desolato campo di rovine si stendeva dove ora campeggia il gesto di queste otto vive colonne.



Il tempio di Selinunte sorge sulla collina centrale dell'antica metropoli ellenica, dove era l'Acropoli, il luogo sacro e forte, il gruppo maggiore dei santuari e delle mura robuste.
Più antico di quello di Agrigento, uno dei più antichi della Sicilia ( lo si fa risalire alla fine del VII secolo ), esso era ornato nelle metope del lato frontale di alcuni dei più importanti documenti della scultura greca primitiva ( ora al Museo di Palermo ).
Di esso rimaneva una rovina immane ma completa nei suoi elementi: i cumuli di pietre erano stati difesi contro la rapacità degli uomini dalla malaria; tra di essi era, si può dire, tutto il tempio integro, per il giorno che si fosse voluto sollevarlo.
Come per la fantasia di immani giganti, i colonnati esterni erano collocati, anzi coricati, al suolo con un ordine mirabile; si riconoscevano tutte le colonne, col vario loro numero di tamburi, i capitelli, l'architrave ed i vari membri della cornice; era uno degli spettacoli più imponenti e meravigliosi che potesse offrire la rovina di una città classica.
Anche per questo il lavoro non è arrivato a compimento, dato l'altissimo costo: ma nella parte eseguita abbiamo un modello per i lavori futuri, così precisa, obiettiva, geniale ed estetica è la sua esecuzione.
Finora è stato rialzato il colonnato settentrionale dell'edificio; è da notare la immane asprezza del lavoro, per la necessità di sollevare, ad un'altezza superiore ai dieci metri, blocchi che raggiungono un peso di parecchie tonnellate, e per l'impiego di mezzi meccanici e tecnici assai complicati.



Sono in piedi ben quattordici colonne, di cui la parte maggiore è completata da architrave e trabeazione, fino alla cornice.
Attendendo che il lavoro sia esteso agli altri tre lati del colonnato ed alla cella, nella parte già rialzata possiamo fin d'ora ammirare le qualità dell'architettura dorica arcaica, di cui questo tempio è raro rappresentante; la forma delle colonne, piuttosto pesanti, ingrossate notevolmente nella parte centrale, e il capitello panciuto.
Nell'une e negli altri pare che nella pietra sia espresso in modo quasi umano il senso dello sforzo, dello schiacciamento sotto il peso della cornice, rigida e immota nei suoi elementi definiti; le molte gocce pietrificate, pendenti dallo sporto alla gronda, alleviano, sul finire, la serietà immota del complesso, a cui manca ancora la gaia festosità del coronamento di terracotta policroma ed ornata.
Noi non possiamo non augurarci che queste opere, per ora all'inizio, ma di cui già possiamo presagire gli ultimi risultati, abbiano sempre maggiore impulso, e che Stato e privati concorrano ad estenderle ed a portarle a compimento..." 


  
Ai nostri giorni, il Parco Archeologico di Agrigento è esteso su un'area di 1.300 ettari e gli interventi più urgenti sono quelli che riguardano l'eliminazione di circa 650 costruzioni abusive.
Le procedure, riavviate in questi giorni, procedono faticosamente, fra battaglie legali e pressioni politiche ed affaristiche: un contesto di interessi assai lontano dai tempi delle pioneristiche ricostruzioni dei templi d'inizi Novecento. 
  

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