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mercoledì 6 dicembre 2017

ALBERTO SORDI MAFIOSO A BELMONTE MEZZAGNO

Alberto Sordi sul set del film "Mafioso",
realizzato in Sicilia nel 1961.
Le fotografie sono tratte "il Mediterraneo",
mensile della Camera di Commercio di Palermo
edito nell'ottobre del 1967
Il 1961 fu in provincia di Palermo un anno di consueta violenza mafiosa.
Le cronache registrarono 22 delitti attribuiti alla mano dei killer delle cosche: il più cruento ed odioso fu sicuramente quello che costò la vita a Tommaso Natale al 13enne Paolino Riccobono, vittima di una faida familiare tra la sua e la famiglia Cracolici.
In questo contesto di regressione criminale, quell'anno il regista Alberto Lattuada girò fra Belmonte Mezzagno, Misilmeri e Bagheria il film "Mafioso".
Mischiando luoghi comuni e vere tare siciliane, la trama affrontò con gusto macchiettistico la vicenda di Antonio Badalamenti, un diligente cronometrista di una fabbrica milanese. 
Tornato in Sicilia per le vacanze con moglie e figli, l'uomo si vede costretto a viaggiare in un collo postale sino a New York per uccidere un boss italo-americano.
Prodotta da Dino De Laurentis e con protagonista Alberto Sordi, la storia di questa pellicola venne accompagnata da una serie di episodi che hanno accomunato molti altri film di mafia girati in Sicilia: un'aneddotica spesso fondata su fatti reali astutamente amplificati dalle case di produzione per scopi pubblicitari.



Voce vuole, ad esempio, che il soggetto di "Mafioso" sia stato ispirato a Lattuada dal pittore Bruno Caruso; lo spunto sarebbe stato un incontro fra l'artista ed un vero capomafia, cui Caruso finì col fare il ritratto.
Un reale legame della sceneggiatura con le cronache del tempo è rappresentato invece dal viaggio clandestino di Antonio Badalamenti negli Stati Uniti: alcuni delitti di mafia registrati qualche anno prima oltre Oceano sarebbero stati effettivamente compiuti da "picciotti" siciliani spediti e tornati in casse di legno dalle metropoli americane.
Prima, durante e dopo la produzione del film - che Sordi avrebbe voluto realizzare in Spagna, per timore di ritorsioni - non mancarono indicazioni sull'interesse dei mafiosi verso il lavoro della troupe.
Per rassicurare l'attore romano, sembra che De Laurentis avesse dato incarico a Lattuada di tenere segreta la trama: accadde invece che il copione - lasciato nell'abitacolo dell'auto utilizzata dal regista - venisse rubato quasi agli inizi delle riprese.
Nel 1994, Lattuada ammise alla giornalista Simonetta Robiony che la produzione del film ebbe l'appoggio e l'approvazione di personaggi vicini ai "don" locali:

"Bastarono poche parole fatte circolare ad arte e arrivarono da me quelli che contavano.
Gli spiegai che volevo fare una commedia su un mafioso.
Si divertirono molto, anzi si misero a disposizione.
Mi dissero che se serviva una piazza vuota o affollata, avrebbero fatto quello che potevano"



Durante le riprese di "Mafioso", Alberto Sordi venne omaggiato e festeggiato come il "re di Belmonte Mezzagno".
In un paio di occasioni l'attore sostituì Lattuada nel ruolo di regista, volato temporaneamente dalla Sicilia per prendere parte al Festival Internazionale di Berlino.
La realizzazione del film andò avanti senza alcun intoppo e gli unici problemi furono provocati dalle frequenti assenze dal set dell'attrice brasiliana Norma Bengell.
Nel ruolo della moglie di Antonio Badalamenti, la Bengell sarebbe stata distratta a Palermo dalla presenza di Alain Delon, a sua volta impegnato nelle riprese preparatorie del "Gattopardo" di Visconti.
Il "Mafioso" ottenne buone critiche, vincendo nei Paesi Baschi nel 1963 il Festival del Cinema di San Sebastian.
Alberto Sordi, che proprio in Spagna avrebbe voluto realizzare quel film, al termine dei ciak lasciò la Sicilia rifiutando la cittadinanza onoraria di Belmonte Mezzagno; anni dopo - nel 1973 - si ritrovò ad interpretare un altro personaggio mafioso in "Anastasia mio fratello, ovvero il presunto capo dell'anonima sequestri".
Non sappiamo se lo sgarbo al paese che lo aveva acclamato come re nascesse dalla paura di legare il suo nome ad un luogo in cui la mafia aveva acconsentito alla realizzazione delle riprese.
Chi si rechi a Belmonte Mezzagno, troverà tuttavia una "via Alberto Sordi" a ricordo della presenza dell'attore in quel lontano 1961.



In "La corda pazza" ( Einaudi, 1970 ) Leonardo Sciascia ha così valutato il film di Lattuada:

"La mafia, il suo meccanismo, per dire così, giudiziario-esecutivo hanno ispirato ad Alberto Lattuada il "Mafioso": film che, anche se cinematograficamente valido ( nel senso che lo si vede senza noia: come del resto tutti i film interpretati da Alberto Sordi ), non lo si può considerare un contributo alla conoscenza della realtà siciliana e del triste fenomeno della mafia.
Di fronte a questo film, anzi, noi che ci siamo occupati più volte della mafia, in libri ed articoli, siamo stati presi dal dubbio se il continuare a parlarne non finirà col rendere alla mafia quell'utile stesso che prima le rendeva il silenzio.
Nel film di Lattuada tutto è mafia.



Vien fatto di pensare che la rivoluzione dei tecnici profetizzata da James Burnham finirà con lo svolgersi sotto i segni della mafia siciliana.
Mafioso è il dirigente di una grossa industria del nord ( per di più, riconoscibile, un'industria che lavora in collegamento con altra grande industria europea); di mafia partecipano dogane e compagnie aeree; sicario della mafia è un 'cronometrista' di quell'industria del nord.
Per cui lo spettatore è portato a chiedersi non più che cosa è la mafia, ma che cosa la mafia non è"

lunedì 4 dicembre 2017

LA VECCHIAIA PER MODI DI DIRE DEI SICILIANI

Isnello, ottobre 2017.
Fotografia di ReportageSicilia
In "Parole di Sicilia" ( Mursia, 1977 ), Sandro Attanasio ha raccolto alcune frasi, espressioni, detti, paragoni e proverbi legati alla vita quotidiana dei siciliani.
Si tratta per lo più di modi di dire non più presenti nella cultura orale dell'Isola, ma che meritano di essere ricordati - e, perché no, citati ancora al momento opportuno - in questi tempi di dilaganti emoticon.
Una parte delle espressioni ricordate quarant'anni fa da Attanasio - allora un aggiornamento dell'opera di Giuseppe Pitré -  riguardano l'"età e il tempo" e si riferiscono alla vecchiaia dei siciliani:

"Cu' fatica in giuvintù godi in vecchiaja", "chi fatica in gioventù gode in vecchiaia"; "Esseri 'cchiù vecchiu di la cucca", "essere più vecchio di una civetta"; "Bannera vecchia anura capitanu", "bandiera vecchia onora il capitano"; "Forza di giuvini e consigghiu di vecchiu", "forza di giovane e consiglio di vecchio"; "Lu tempo passa e la vicchizza accosta", "il tempo passa e la vecchiaia si avvicina"; "Lu pisu di l'anni è lu pisu 'cchiù granni", "il peso degli anni è il peso più grande".       

martedì 21 novembre 2017

TEORIA E PRATICA DEL PARCHEGGIO SICILIANO SECONDO FRANCINE PROSE

Piazza Politeama a Palermo
in una fotografia di Publifoto
pubblicata nel 1961 dal TCI su "Sicilia"
per la collana "Attraverso l'Italia"
"In Sicilia, il parcheggio riflette la differenze che esiste tra superficiale ed essenziale.
In teoria ci sono i cartelli di divieto, con l'immagine dei carri attrezzi, che ammoniscono gli automobilisti a non parcheggiare, ma in pratica i siciliani lasciano le auto dove vogliono: ognuno conosce la macchina dell'altro, vigili compresi, e se un'auto blocca l'uscita di un portone o di un garage, il proprietario viene immediatamente rintracciato"

Alla scoperta delle tracce lasciatevi da Leonardo Sciascia, Francine Prose si ritrovò qualche anno fa a dover cercare a Racalmuto anzitutto un parcheggio per la propria auto.



Fu così che in "Odissea Siciliana" ( Feltrinelli, 2004 ) la scrittrice americana evidenziò uno degli aspetti più critici del rapporto fra automobilisti dell'Isola e la guida dei loro veicoli: l'abitudine di parcheggiare ovunque la comune logica e la normale educazione indurrebbero a farne a meno.
Il parcheggio "selvaggio" - capace di raddoppiare o triplicare le file di sosta, di occupare le strisce pedonali e di ignorare i passo carrabile - è la naturale filiazione dell'abitudine al "traffico" palermitano di benigniana memoria.



A differenza di quanto avrebbe fatto gran parte degli automobilisti siciliani, Francine Prose risolse la difficile ricerca di un parcheggio a Racalmuto in maniera divertita e risoluta: 

"Dopo aver girato per trenta minuti che sembrano un'eternità, decidiamo di rinunciare.
Ci siamo fatti un'idea della città e basta.
Facciamo marcia indietro, e quando arriviamo sulla nazionale siamo presi da un senso d'euforia, come ragazzini che abbiano marinato la scuola..."   


venerdì 17 novembre 2017

IL PITTORE DELL'"APINO" NELLA BOTTEGA AL PAPIRETO

Mariano Porcelli durante le ultime fasi di decorazione
di un furgone Ape destinato alle cerimonie nuziali.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
L'"apino" poggia con una sola ruota a terra.
Un cavalletto ne innalza il cassone decorato di fresco con le scene  cavalleresche dei vecchi carretti; l'altezza è quella giusta da permettere ad un giovane pittore di rifinire la composizione con piccoli fregi lineari. 
La scena si svolge a Palermo, dinanzi alla baracca di uno dei venditori di vecchi oggetti nel mercato del Papireto.
L'ingresso è sormontato da un'impolverata stella cometa natalizia;  all'interno del deposito di legno e lamiera, si scorgono spalliere di letto in ottone, cornici prive di tela, decine di ceramiche, un paio di cassapanche. 




Mi avvicino con curiosità: scambio uno sguardo di saluto con un anziano che osserva il lavoro del pittore - disegni e colori dal bel dinamismo e affatto grossolani - ed estraggo dallo zaino la macchina fotografica.
Gli scatti del post sono il frutto di quest'incontro fortuito.
L'artista dell'"apino" si chiama Mariano Porcelli, ha 36 anni e - mi spiega - dipinge dall'età di otto.
La sua storia appartiene ad una cultura popolare palermitana quasi del tutto scomparsa. 
Nipote di Mariano Militano - un spazzino comunale fondatore mezzo secolo fa a Palermo di un piccolo teatrino dell'opera dei pupi, vicino vicolo Ragusi - Porcelli ha perfezionato la sua tecnica osservando da vicino il lavoro dei pittori di carretti: i Ducato di Bagheria, Fiore di Partinico, i Picciurro, i Cardinale.




Da ciascuno ha appreso qualcosa, vincendo la loro ritrosia e  gelosia nei confronti di quei "segreti" di bottega su quali indugiavano gli occhi e le orecchie del giovane apprendista.
Dopo avermi spiegato che la decorazione dell'"apino" gli è stato commissionata da una persona che lo utilizzerà "per fare matrimoni", Mariano Porcelli mi invita all'interno della baracca.
Superati gli oggetti ammassati in ogni angolo, sulla parete di fondo è distesa una grande tela su cui sta finendo di riprodurre l'architettura di Porta Nuova.



L'opera servirà da quinta scenografica per Angelo Sicilia, promotore a Palermo di un Teatro popolare delle marionette d'impegno sociale ( dalle storie degli omicidi di mafia dei sindacalisti uccisi nel secondo dopoguerra a quella di Peppino Impastato ).
Mariano Porcelli dipinge con i motivi della tradizione - "ma il mio stile è personale", sottolinea con orgoglio - oggetti di diversa natura: quadri, pannelli, mobili, insegne.



Spera presto di trasferire il suo laboratorio dalla baracca del Papireto in corso Vittorio Emanuele, strada che da qualche anno sta vedendo rinascere le attività alcuni artigiani.
Se il progetto avrà buon fine, Mariano Porcelli tornerà indietro nel tempo: agli anni in cui, nel vicino teatrino di vicolo Ragusi, Mariano Militano raccontava le epiche storie dei suoi pupi.




domenica 12 novembre 2017

IL SOGNO DI UNA SPOSA AMERICANA A CINISI


"Cinisi.
Questo signore in abito matrimoniale da trent'anni spera inutilmente di raggiungere la sua fidanzata a New York".

Nell'ottobre del 1957, questa breve didascalia illustrò sul numero uno della rivista palermitana "Il Ciclope" la fotografia riproposta da ReportageSicilia.
Autore dello scatto fu Vittorugo Contino, nato a Palermo nel 1925 ed all'epoca già affermato operatore di ripresa e fotografo di scena per i maggiori registi italiani: da Rossellini a Pontecorvo, da Antonioni a Rosi, da Caprioli a Zampa.
Discendente di una nota famiglia di argentieri, Contino preferì lasciare la Sicilia per frequentare a Roma il Centro Sperimentale di Cinematografia: un'esperienza che lo avrebbe portato a dedicarsi anche al documentario giornalistico, dall'Algeria al Vietnam.
Nel luglio del 2016, alcune fotografie di Vittorugo Contino sono state esposte al "Gibellina Photoroad".
L'immagine realizzata sessant'anni fa a Cinisi è un ritratto che potremmo definire - per l'aspetto bizzarro e patetico insieme del protagonista - di ispirazione cinematografica: per caratterizzazione del soggetto e per la storia raccontata dal singolare travestimento.



BRANCATI E IL CONFINE NISSENO TRA IRONIA E MALINCONIA ISOLANA

Mattonella maiolicata a Mazara del Vallo.
Fotografia ReportageSicilia
"Brancati sosteneva che i siciliani di costa orientale, i catanesi e i siracusani, conoscessero l'ironia o, anche, una comicità grossolana: la loro qualità principe sarebbe quella di
'sapere essere insieme personaggi e autori di commedie
L'ironia tempera gli errori'
I siciliani occidentali, fra Agrigento e Palermo, gli sembravano invece privi di ogni capacità di sorriso, e più che mai disposti a elucubrare, a ragionare.
Il confine fra i due atteggiamenti verrebbe a situarsi proprio a Caltanissetta, 'sulle nubi', fra Enna e Nissa:
'Il senso del ridicolo abbandona proprio qui la littoria che da Catania vola a Palermo.
Se il sorriso è una luce, la costa occidentale della Sicilia può dirsi perfettamente al buio'
Nissa, dunque, è la città dove sentimento del comico e sua assenza sfumano; vola la littoria, e perde il riso che l'aveva mossa alla volta di Palermo.
Dalla porta occidentale, proprio da Palermo, Brancati vedeva entrati in Sicilia
'gli arabi, i cavilli, le sottigliezze, l'io e il non io, la malinconia e i musaici'
Dalla porta orientale, da Catania,
'i fenici, i greci, la poesia, la musica, il commercio, l'inganno, la buffoneria e il comico'
A Nissa fanno conflitto sottigliezza e buffoneria, malinconia e inganno.
Arbitro di tutto questo - appunto suo escogitatore - Brancati stesso, un arbitro comico: e la sua invenzione, per pura pazzia narrativa, diventa verità"

ENZO SICILIANO, 
introduzione a "Sogno di un valzer" di Vitaliano Brancati,
Bompiani, 1982