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domenica 23 luglio 2017

QUANDO LA TORRE DI MONDELLO NON ERA ANCORA UN ALBERGO

L'estremo rilievo costiero ad Ovest del golfo di Mondello
in una fotografia realizzata da Nino Teresi
e pubblicata nel settembre del 1959 dal mensile "Sicilia",
edito dall'assessorato regionale al Turismo e Spettacolo
Qualche tempo prima del settembre del 1959, il fotografo Nino Teresi  documentò per la rivista "Sicilia" lo scenario palermitano dell'estrema punta occidentale del golfo di Mondello.
Dal ponte di un'imbarcazione in navigazione verso la Fossa del Gallo - antichissimo luogo di transito di navi lungo la costa tirrenica siciliana - Teresi fissò l'immagine di un promontorio non ancora intaccato dalla prossima costruzione di un grande albergo.



Si scorge l'erta scogliera della punta sulla quale si impone il volume cilindrico della Torre chiamata "Fico d'India", all'epoca regno di capre e pecore al pascolo: dalla sua sommità, si ammira ancor oggi ad oriente uno straordinario paesaggio verso capo Zafferano e Cefalù.   

LA PIAZZA SICILIANA DI GABRIELLA SALADINO


sabato 22 luglio 2017

L'AVARO AFTER DEGLI SCRITTORI DELL'ISOLA

Uno dei manifesti di Leonardo Sciascia
affissi nei mesi scorsi
sui muri del centro storico di Palermo da "E Il Topo".
La fotografia è di ReportageSicilia
Leonardo Sciascia è morto da 28 anni, Gesualdo Bufalino da 21. Vincenzo Consolo - terzo scrittore a completare con gli altri due un trio siciliano d'eccezione - ci ha lasciati il 21 gennaio di cinque anni fa.
Si può dire che con la morte di Consolo si è chiusa la straordinaria e lunga stagione degli scrittori isolani, iniziata da Verga e proseguita per tutto il Novecento.
Certo, grande diffusione meritano da tempo i romanzi di Camilleri; tuttavia, lo scrittore agrigentino ha incardinato il suo successo seriale sulla caratterizzazione di un commissario che non compete per materia narrativa e per statura civile con l'ispettore Rogas o con il Vice di sciasciana memoria ( "Il contesto" e "Il cavaliere e la morte" ). 



Da qualche anno, la letteratura siciliana è così rappresentata da un buon numero di scrittori che le tradizioni antologie letterarie inserirebbero fra gli "altri".
Bravissimi scrittori da un punto di vista letterario, s'intende; ma raramente capaci di narrare vicende e personaggi che raccontano dalla Sicilia il disagio ed il malessere di un'intera società italiana. 
      

venerdì 21 luglio 2017

MEMORIE DEL CONTADINO CHE RITROVO' LE MURA DI GELA

Ritratto di Vincenzo Interlici, scopritore nel 1949  e poi singolare custode delle fortificazioni della colonia greca

La singolare figura di Vincenzo Interlici,
il contadino gelese scopritore e custode
delle storiche mura della colonia greca.
Le immagini di ReportageSicilia
ripropongono una fotografia di Federico Patellani
pubblicata il 27 ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo"

Fra i molti nomi di bizzarri personaggi siciliani consegnati alla notorietà storica figura quello di Vincenzo Interlici.
Nel 1948, questo contadino gelese scoprì per caso nel suo terreno uno dei più importanti manufatti archeologici nell'Isola: un tratto di ciò che si sarebbe rivelato essere il bastione murario dell'antica Gela.
Negli anni a venire - mentre la fortuita scoperta richiamava nella cittadina nissena insigni studiosi e teste coronate - Interlici assunse l'ufficioso ruolo di custode della poderosa opera costruita nel IV secolo da Timoleonte.
Fu una investitura concessagli dopo l'esproprio del terreno, in considerazione del senso di attaccamento dimostrato dall'anziano contadino verso quei resti della città dorica fondata da coloni di Rodi e Creta.
Con pittoresco orgoglio nel ruolo di scopritore e "proprietario" del muro, Vincenzo Interlici così raccontava ai visitatori la storia della millenaria opera di edilizia militare:

"Questa era terra mia e ci avevo una vigna.
Finita la guerra e tornato salvo, volevo farmi una casetta e mi misi a scavare per le fondamenta.
Così trovai l'ostacolo, il muro della fortezza.
Qui c'è lo sperone che difendeva il lato Sud: guardate com'è lavorata la pietra, e sopra guardate il cammino di ronda. 
Ho trovato anche monete, una d'oro e molte d'argento.
Qui si vede un canale di scolo per l'acqua, però io sono di idea diversa: di qua si buttavano frecce per colpire le caviglie dei soldati nemici.
In fondo c'è la fornace dove quelli allora si cuocevano tutte le loro robe..."



Il personaggio venne così descritto in una didascalia che accompagnò una fotografia di Interlici realizzata da Federico Patellani e pubblicata il 27 ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo"
    
"Vincenzo Interlici - scrisse il giornalista Enrico Emmanuelli - mostra l'ultima meraviglia dell'archeologia siciliana: il grande muro di fortificazione di Gela.
Vincenzo Interlici era il proprietario della zona sabbiosa sopra Capo Soprano, ed un giorno decise di costruirsi una casetta in quella splendida posizione.
Scavando per le fondazioni, il suo piccone batte ad un tratto contro una pietra, quella che il singolare proprietario indica ora con un bastone.
Così Vincenzo Interlici scoprì la prima pietra di questo muro.
Un poco per il fatto che il terreno non gli è stato ancora pagato, un poco perché il re di Svezia e l'ambasciatore d'Inghilterra in visita si sono complimentati con lui ed hanno scherzosamente paragonato la sua scoperta a quella più famosa di Cristoforo Colombo, si è convinto del suo buon diritto a non muoversi dal posto.
Vincenzo Interlici non ha mai vissuto altrove, considera il muraglione di sua proprietà, e lo sorveglia di giorno e di notte.
Di giorno, armato di bastone, e con in testa un berretto dallo strano fregio, che nulla ha a che fare con quelli dei custodi di monumenti in organico alle Soprintendenze.
Di notte con una doppietta, intento a percorrere i bastioni come una sentinella di un forte dei film di Far West.
Vincenzo Interlici forse non è stato pagato del terreno perché non vuole essere pagato, non vuole cioè essere espropriato dal suo sogno di unico padrone di questo muro che diventa ogni giorno più famoso nel mondo degli archeologi e degli appassionati di cose antiche"



Due anni dopo, nel suo "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1957 )  Guido Piovene aggiunse ulteriore colore alla descrizione del contadino-custode:

"Il piccolo proprietario che rinvenne le pietre è diventato il custode del muro.
Fa parte della serie comica e commovente dei custodi fanatici delle antichità siciliane.
Ritto davanti al muro, racconta le battaglie, rifacendo nella sua mimica i gesti dei guerrieri; e, da buon popolano della Sicilia, li divide non già in cartaginesi e greci, ma in saraceni e paladini, come nelle pitture dei carri o al teatro dei 'pupi'" 

martedì 18 luglio 2017

IL BAMBINO GOMMISTA NELLA SICILIA DI MEZZO SECOLO FA


Riparazione di una camera d'aria in una bottega nel paese di S.
A lavorare, un bambino di nove anni, 
costretto a sostenere da solo la famiglia.
Il reportage su questa storia di difficile sopravvivenza 
nella Sicilia del 1967
venne pubblicato dal settimanale "Vie Nuove", 
a firma del fotografo Alberto Sciacca

Un giorno di cinquant'anni fa il fotografo Alberto Sciacca raccontò sulle pagine del settimanale "Vie Nuove" una storia che documentava le difficili condizioni economiche dell'Isola nell'Italia proiettata verso gli ultimi anni del suo "boom" economico.
Percorrendo una strada della Sicilia occidentale, Sciacca attraversò il paese di S.; il suo sguardo fu attratto da una tavola di ferro dove grandi ed incerte lettere di vernice rossa indicavano la scritta:
"Riparazione gomme anche stivale"
Spinto da quella curiosità che muove l'istinto di ogni buon cronista, il fotografo scoprì che in una buia ed angusta bottega si nascondeva il racconto di una piccola storia di caparbia sopravvivenza.
Gestore, padrone e unico lavoratore era un bambino di nove anni, costretto dalle ristrettezze economiche della numerosa famiglia a prendere anzitempo il posto di lavoro del padre, morto qualche tempo prima.


Il racconto e le fotografie di Alberto Sciacca documentano così una vicenda di povertà - decorosa e dignitosa, ma pur sempre povertà - nella Sicilia di mezzo secolo fa: una storia certamente privata ( tale da imporre l'omissione dei nomi dei luoghi e delle persone ), ma in grado di rappresentare la persistente condizione complessiva di disagio economico dell'Isola. 
Quel bambino di nove anni, frattanto, grazie a quella straordinaria prova di determinazione infantile, gestisce oggi una più moderna officina da gommista: un epilogo agrodolce nel racconto di quella vita di precoci sacrifici tramandata dalle fotografie di Alberto Sciacca.  

 "'Riparazione gomme anche stivale' dice l'insegna.

'Anche stivali?', gli chiedo.
'Stivali, ombrelli, giocattoli, tutto'


E' sicuro, deciso, di poche parole.
Lo sguardo vigila e scivola da tutte le parti, come se da ogni parte potesse arrivare un pericolo.
La madre a mezzogiorno viene in officina e gli chiede se può mettere giù gli spaghetti, ma lui dice di no, che ancora ha da lavorare, che aspettino e la madre se ne torna a casa.
Quando ha finito chiude l'officina e si avvia.
Lo seguo e ora sembra non sentire più fastidio per la mia presenza, forse si è convinto che non posso essere evitato.
A tavola lo aspettano per cominciare, lui si siede al posto che era del padre e mangiano in silenzio.
La madre serve lui prima degli altri e lui secco dice sì e no e la madre non insiste e non insistono gli altri.
Quando finiscono lui va via, sulla strada e allora i bambini cominciano a chiacchierare e nella stanza vuota l'atmosfera si rilassa.
E' proprio come se un padre severo, di quelli antica, fosse uscito di casa ed invece ad uscire è stato un bambino di nove anni.

'Signora, perché a Giuseppe ha dato anche una fettina di mortadella e agli altri solo gli spaghetti?', chiedo a R.P. e so quale sarà la sua risposta.
'Perché lui lavora' - mi fa lei - 'deve essere forte.
Se lui si indebolisce qui non mangia più nessuno.
Se lui si ammala cosa facciamo tutti noi?
E poi lui è un uomo, gli uomini debbono mangiare di più.
Capisce?'

E si vergogna un pò quando dice queste cose e guarda da un'altra parte.
Ma io ad insistere.


'Signora, in fondo è un bambino di nove anni, lo trattate come fosse un adulto, aspettate che sia lui a dare gli ordini'.
'Li dà, li dà - fa lei - gli ordini li dà.
E' lui che comanda, tutti gli ubbidiscono, i fratelli, io, la nonna, tutti.
Volevo mandare le bambine più grandi a servizio e lui ha deciso di non perché diceva che in casa a lavorare ne basta uno.
Un dottore voleva fare entrare il più piccoli in un collegio ma si è opposto perché dice che lui può mantenere tutti nella sua casa e che quel dottore mandi la sua di figlia in collegio.
E' orgoglioso, è come il padre che era un uomo, è un uomo anche lui, senza di lui non si prendono decisioni in questa casa'

Il piccolo Giuseppe è tornato per mettere la tuta, sono due e deve ricominciare a lavorare in officina.
Lo trovo che sta rabberciando un vecchio ombrello nella sua officina che è grande sì e no sei metri quadrati.
Mi guarda, vede le macchine fotografiche, chiede a se stesso chi sono e cosa voglio e poi, visto che non riesce a trovare una risposta sensata, esce e scompare.
Lì dentro c'è tutto, un buco senza comodità, ma ci si può lavorare bene, c'è quello che serve per riparare gomme d'automobile.
Nella casa accanto vivono M., G., R., C., S., O., il più piccolo tre anni la più grande sedici e poi la loro madre R.P. quarantaquattro anni e la nonna B.P, sessantotto anni.

'Signora  e allora? Allora come ha fatto?'

R.P. mi guarda con quei suoi occhi nocciola e non sa cosa dire, è tutta vestita di nero e non sa cosa rispondere, è magra e piccina e non sa cosa raccontarmi.
Sta piangendo lì, così.
Mi guarda e piange.

'Allora?'
'Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla madre, stai tranquilla, ci sono qua io, stai tranquilla. Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla, madre, stai tranquilla, ci sono io, stai tranquilla'
Enzo cioè prese ad aprire l'officina di gommista tutte le mattine alle sette e si mise ad aspettare le automobili che avevano forato e qualcuno si fermava.
'Dov'è tuo padre?', chiedevano gli automobilisti che ancora non lo sapevano.
'Ci penso io - rispondeva Giuseppe - ci penso io, è lo stesso, mio padre non c'è, è lo stesso'


Non era lo stesso per lui perché il padre era morto ma era lo stesso per chi doveva riparare una gomma.
Giuseppe era solo preoccupato se per un giorno nessuna macchina si fermava, spiava allora dietro la porta e sperava che qualcuno lo cercasse.
Il lavoro non era più un gioco per lui: sapeva riparare gomme e voleva farlo.
Lavorare, voleva lavorare, dieci, dodici ore.

'Quante gomme al giorno?', chiedo ad Giuseppe che è tornato e mi sbircia da dietro la porta.
'Anche quindici, venti, certi giorni'
'E' faticoso?', gli chiedo.

Non risponde.
Scappa ancora poi e io resto con la madre in quella stanza che sembra l'interno di una cassa vuota.
E lei mi dice:

'Ma cosa avremmo potuto fare?
Il bambino aveva imparato il mestiere dal padre, sapeva già riparare gomme a quattro anni e allora è rimasto in officina'

Sei bambini, due donne e una piccola officina di gommista a S., Sicilia, 1967".

venerdì 23 giugno 2017

L'OSCURATA FAMA ARTISTICA DI CASTELVETRANO

La chiesa Madre di Castelvetrano.
La fotografia è tratta dall'opera "Sizilien"
di E.Horst e J.Rast edita nel 1964 da Walter-Verlag

Pur vantando un patrimonio culturale non inferiore a molti altri centri della Sicilia, la fama di Castelvetrano è legata principalmente ai nomi di Salvatore Giuliano e di Matteo Messina Denaro.
Il bandito di Montelepre vi venne trovato ucciso all'interno del baglio Di Maria all'alba del 5 luglio del 1950, in uno dei primi depistaggi di Stato dell'Italia repubblicana.
Di Messina Denaro - il boss di Castelvetrano figlio di uno storico patriarca della mafia locale - è nota a tutti l'inverosimile persistenza della sua latitanza, iniziata nel 1993.
Malgrado il vanto di alcune pregevoli opere architettoniche, questa cittadina della provincia di Trapani ha attirato pochissimi fra i numerosi viaggiatori che negli ultimi decenni hanno scritto della Sicilia.
Uno di questi, nel 1949, fu il diplomatico francese Pierre Sèbilleau, autore nel 1966 del saggio "La Sicile", edito a Grenoble da Editions Arthaud e ristampato in Italia  due anni dopo da Cappelli.
Sèbilleau fu attratto a Castelvetrano dalla presenza della chiesa normanna della Trinità di Delia e dalla statua dell'Efebo di Selinunte, che all'epoca della pubblicazione del libro passava di mano fra ricettatori di mezza Europa ( portata via dal municipio di Castelvetrano nel 1962 da una banda di improvvisati ladri, venne venduta all'irrisorio prezzo di mezzo  milione di lire e infine recuperata nel 1968 a Foligno ).
Durante la sua visita a Castelvetrano, lo stesso autore di "La Sicile" - dopo avere ricordato la vicenda di Salvatore Giuliano - non si tirò indietro dall'incauto acquisto di un pezzo archeologico dissepolto da uno dei molti contadini-tombaroli di Selinunte.


Allo stesso tempo - caso forse unico nella letteratura di viaggi dedicata all'Isola - le pagine di Sèbilleau diedero conto del patrimonio artistico delle chiese castelvetranesi: 
 
"A Castelvetrano, potrete vedere, per la prima volta, uno di quei grossi paesi rurali che sono numerosi in Sicilia e nei quali gli abitanti, piuttosto che andare ad abitare in fattorie o villaggi, preferiscono continuare ad ammassarsi, ( benché non abbiano più nulla da temere dai pirati ), a costo di fare chilometri e chilometri ogni giorno, in carretto o a dorso di mulo, per andare a coltivare i loro campi.
Ne risulta un centro fatto di piccole tenute urbane, molto individuali e molto sporche ma, generalmente, ben allineate ai bordi di strade troppo larghe ove vagano le pecore.
Mi ricordo, a proposito, di essere andato, sotto un diluvio di acqua, a fare visita a un contadino che svolgeva il suo lavoro di agricoltore nei dintorni di Selinunte e che, in questa circostanza, aveva trovato un'attività molto più remunerativa, vendendo oggetti di scavo ch'egli stesso dissotterrava o comperava dai suoi vicini.
Fui meravigliato nel vedergli tirar fuori, da sotto il suo lettuccio, una statuetta ionica il cui sorriso ambiguo illuminò tosto il suo buco.
Acquistai subito la statuetta e suggellammo l'affare con un buon bicchiere di vino.
Sarei stato forse meno tranquillo se avessi saputo che, in quel medesimo istante, il famoso Salvatore Giuliano era forse nascosto, a pochi passi di lì, nel rifugio in cui, l'anno dopo, doveva essere consegnato nelle mani della polizia ed ucciso.


Fortunatamente, il centro di Castelvetrano è altra cosa, con le sue ampie piazze irregolari e le sue chiese; la chiesa Madre, dalla sobria facciata rinascimentale; San Giovanni Battista, che racchiude una commovente statua del Precursore, di Antonello Gagini; San Domenico, in cui incomincia ad apparire, fin dalla fine del secolo XVI, una forma di arte che avrà un notevole sviluppo nella Sicilia barocca: quella della scultura, o, per meglio dire, della modellatura in stucco..."
 

martedì 20 giugno 2017

L'IGNOTO MARINAIO FRANCESE ED IL FUOCHISTA CINESE DI LEVANZO

Il riposo di due vittime delle battaglie in mare della I guerra mondiale nella quiete del cimitero della più piccola delle isole Egadi 


La tomba di un ignoto marinaio francese
sepolto nel luglio del 1917 nel cimitero di Levanzo.
Le fotografia sono di ReportageSicilia

Il cimitero di Levanzo guarda il mare di cala Fredda, poche centinaia di metri dal bianco arco di case del paese che affacciano sul porticciolo di cala Dogana.
Nel camposanto - elevato su tre livelli, a ridosso di un costone roccioso - riposano una cinquantina di levanzari.
Come spesso capita nei luoghi abitati da piccole comunità, sulle lapidi - alcune delle quali datate ai primi decenni del Novecento, quando l'imprenditore trapanese Gaspare Burgarella edificò il cimitero, donandolo agli isolani - si leggono i nomi delle famiglie che per prime abitarono Levanzo: i Campo, i Li Volsi, i Bevilacqua, gli Incaviglia, i D'Angelo.
Visitatori e turisti passano perlopiù indifferenti davanti a quel luogo silenzioso e odoroso di salmastro, diretti a cala Fredda o alla più distante cala Minnola.


La lapide che ricorda il marinaio cinese A Yon Gee,
il cui corpo venne anch'esso recuperato nel 1917 nelle acque
di Levanzo dopo l'affondamento del piroscafo inglese "SS Calliope"
La visita al cimitero di Levanzo riserva però la scoperta di tragedie dimenticate nella storia del secolo scorso: quelle delle drammatiche battaglie navali che costellarono i fondali del Mediterraneo di navi da guerra, mercantili e sommergibili con il loro carico umano di marinai e passeggeri.
Nel 1917, due corpi di due di queste vittime furono trascinati dalla corrente sino alle coste di Levanzo: la pietà isolana volle che entrambi trovassero sepoltura nel piccolo cimitero.
I primi resti si trovano proprio all'ingresso, a fianco della scalinata che conduce verso i tre pianori che accolgono le tombe.




Una lapide così ricorda l'ignoto marinaio francese morto nell'affondamento del piroscafo "Fournier Messaggerie", avvenuto un mese prima al largo della Liguria:

"Qui riposa in pace una vittima della barbarie teutonica, il poveretto e ignoto di nazionalità francese appartenente all'equipaggio del piroscafo Fournier Messaggerie partito da Marsiglia il 12-6-1917 nell'azzurro mare della costa ligure
le misere spoglie vennero raccolte a questa deriva dopo un mese dalla violenta morte il 12-7-1917"


Di questo affondamento, ReportageSicilia non ha trovato alcuna traccia documentaria, neppure nell'affollatissimo archivio di internet.




La seconda lapide ricorda invece una vittima di un più documentato episodio di guerra accaduto al largo di San Vito Lo Capo nell'aprile del 1917.
Quel giorno, il sommergibile tedesco U-65 affondò il piroscafo inglese "SS Calliope", varato nel 1901 a Middlesbrough.
La nave era partita da Cardiff con destinazione Malta, carica di carbone.
Nell'affondamento dell'"SS Calliope", persero la vita almeno 6 persone, mentre altre furono tratte prigioniere.
Il corpo di una delle vittime - A Yon Gee, uno dei fuochisti di origine cinese imbarcati sul piroscafo - venne ripescato nelle acque di Levanzo ed anch'esso seppellito nel piccolo cimitero dell'isola.
La pietra funeraria che ricorda A Yon Gee si trova sul primo pianoro del camposanto, accanto ad altre tombe di levanzari e così riassume la fine del fuochista cinese:

"A Yon Gee, nato ad Hong Kong ( cantone Chinese ) l'anno 1884 vittima della vile rappresaglia teutonica il poveretto era fuochista a bordo del piroscafo inglese Calliope silurato il 10-4-1917 nel mare di San Vito Lo Capo e venuto a questa deriva il 13-4-1917"




Fra i primi a scrivere delle sepolture dell'ignoto marinaio francese e di A Yon Gee a Levanzo fu, agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo, la studiosa Jole Marconi Bovio.
Oggi, gli anziani levanzari raccontano ai visitatori più attenti alla storia locale la vicenda di queste due vittime della I prima guerra mondiale che le correnti marine hanno restituito per sempre alla terra della loro isola.




Nella quiete composta di un cimitero che guarda un magnifico mare, Levanzo testimonia così il dramma della I guerra mondiale, con le sue vittime rimaste senza nome e per sempre lontane da quelli che furono i luoghi della loro vita.